BISOGNA CAMBIARE LA GIUSTIZIA I RADICALI E IL REFERENDUM DA FIRMARE

Il Partito radicale e la Lega discutono di una campagna referendaria sulla giustizia. Il progetto è stato annunciato da Maurizio Turco, segretario del Partito radicale non violento transnazionale e transpartito, all’assemblea degli iscritti italiani. “C’è un’interlocuzione con la Lega per vedere se ci sono i margini per una campagna referendaria sula giustizia”, ha detto Turco durante la relazione che ha avviato discussione online. Un progetto che richiama un tentativo già sperimentato nel 1993 da Umberto Bossi e Marco Pannella.

Il segretario radicale non si nasconde le difficoltà che si dovranno affrontare: i tempi stretti per elaborare i quesiti e presentare la richiesta in Cassazione entro il primo luglio. Pe non parlare di una raccolta delle firme, 500 mila, durante la pandemia e l’estate per arrivare alla consegna entro il 30 settembre. Ma le sfide piacciono ai radicali, partendo dalla scrittura dei quesiti che dovrà essere fatta insieme ai leghisti.

Tenendo magari conto dei problemi giudiziari di Matteo Salvini e di altri dirigenti leghisti. Ma Turco cita proprio il caso del leghista Edoardo Rixi, assolto nel processo ligure sulle spese pazze dei consiglieri regionali, costretto a suo tempo a lasciare l’incarico di viceministro, come un esempio di quella giustizia che si vuole riformare. Caso evocato insieme a quello di Ambrogio Crespi, appena tornato in carcere per scontare sei anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza molto criticata, e Fabrizio Corona: anche lui ritornato in prigione per scontare diverse condanne.

Casi emblematici dei temi classici dell’iniziativa politica dei radicali.

A partire dal caso di Enzo Tortora: giustizia e carceri. Turco apprezza naturalmente il cambio di passo arrivato con l’arrivo di Marta Cartabiaal ministero della Giustizia. Ma il segretario radicale è pessimista sulle reali possibilità della Guardasigilli di mettere mano ad una riforma della giustizia. Nonostante il rumore mediatico sollevato dal libro di Luca Palamara sulla gestione dell’Anm e le carriere dei magistrati. Mentre Irene Testa, la tesoriera del partito, lamenta lo scarsissimo interesse suscitato dagli scioperi della fame di Rita Bernardini per attirare l’attenzione sul problema del Covid in carcere. Lo zero assoluto, dice Testa, anche sull’ultima iniziativa di Bernardini: una passeggiata quotidiana, un’ora d’aria, battezzata “memento”, intorno al ministero della Giustizia per richiamare l’attenzione del ministro, prima Alfonso Bonafede, oggi Marta Cartabia, sulla condizione carceraria.

“Non è un fidanzamento, tanto meno un matrimonio con la Lega: – spiega Turco – è l’unica opportunità che abbiamo individuato per inserire la riforma della giustizia nell’agenda politica di questo paese”. E che qualcosa si muova fra i due partiti sul terreno giustizia lo dimostra anche quello che oggi dice Matteo Salvini.  “Non sarà questo, ovviamente, il governo che affronta in grande stile i problemi della giustizia italiana, perchè è troppo disomogeneo; ma il prossimo governo, quello che verrà eletto liberamente e in presenza dal popolo italiano, avrà come primo punto all’ordine del giorno una grande, compiuta, sistematica riforma della giustizia che rimette al centro i cittadini e le imprese, che punisce i colpevoli in tempi rapidi, perchè anche i colpevoli dopo 10 anni sono un po’ meno colpevoli, e soprattutto libera gli innocenti in tempi altrettanto rapidi”.

Una dichiarazione che, però, ai radicali dovrebbe evocare brutti ricordi. Il maggio del 2000 gli italiani furono chiamati a votare sul pacchetto radicale di referendum che prevedeva anche la riforma della giustizia, Ma Silvio Berlusconi incitò gli elettori ad astenersi dal voto perchè le riforme le avrebbe fatte lui quando avrebbe vinto le elezioni politiche previste per l’anno successivo.

Il segretario radicale ricorda invece l’ultima campagna referendaria dell’estate del 2013, una raccolta di firme su dodici quesiti fallita per sole 20 mila firme. Una campagna segnata dalla firma da un Silvio Berlusconi “pentito”, sui sei quesiti sulla giustizia. Il Leader di Forza Italia era appena stato condannato dalla Corte di appello di Milano a 4 anni di carcere e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici che portò poi alla sua decadenza dal Senato sui sei quesiti radicali. Una firma apposta a favore di telecamere che arrivò la mattina del 31 agosto in una romana piazza Argentina assolata e con uno show mediatico della coppia Pannella- Berlusconi.

Oggi Turco dice che quella campagna fallì per l’avversione al contributo di Berlusconi di una parte dei radicali di allora. Anche se fu palese il disinteresse di una parte consistente dei dirigenti di Forza Italia. Ma il segretario radicale, si capisce chiaramente, punta il dito contro i compagni che sono poi usciti dal Partito radicale intorno ad Emma Bonino nel 2016, alla fine di un acceso congresso tenuto nel carcere di Rebibbia.

Un altro capitolo della lotta feroce che divide gli ex compagni di partito che rivendicano l’eredità di Marco Pannella. Uno dei temi dello scontro era anche il patrimonio del partito che era affidato alla lista Pannella con una gestione affidata a tre persone e accusata di opacità. A questo proposito Turco annuncia che, sempre polemicamente lui, Giuseppe Candito e Rita Bernardini hanno dato vita alla Fondazione Marco Pannella che “mette tutto il patrimonio sotto il controllo dello Stato”.

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