DALL’INIZIO DELLA PANDEMIA 12.000 NASCITE IN MENO

Alla prospettiva di un nuovo (mini) baby boom nei giorni del lockdown di marzo, al di là delle prime battute, ci avevano creduto in pochi e soprattutto non i demografi. L’idea che da quella clausura familiare sarebbe arrivato un po’ di respiro alla natalità era stata archiviata presto, insieme ai cartelli arcobaleno “andrà tutto bene”. Ma, nove mesi dopo,  le previsioni dell’Istat sono peggiori del previsto. Non soltanto nel periodo “gennaio-maggio 2020 risultano circa 4.500 nati in meno rispetto allo stesso periodo del 2019”, ma già a dicembre, ha annunciato Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat, “avremo un effetto Covid sulla natalità derivante dalla paura e dal disagio che si è creato per effetto della  pandemia”.

Le culle vuote di Natale, cioè, effetto collaterale, amaro, di uno scenario di incertezza e sgomento che sta facendo precipitare oltre ogni soglia di guardia il numero dei bambini nel nostro paese.  E così la nostra fiducia nel futuro.

La previsione è grave e gli effetti, ancora più seri, si manifesteranno nel 2021. Spiega Blangiardo: “I 420mila nati registrati in Italia nel 2019, che già rappresentano un minimo mai raggiunto in oltre 150 anni di unità azionale, potrebbero scendere, secondo uno scenario Istat aggiornato sulla base delle tendenze più recenti, a circa 408 mila nel bilancio finale del corrente anno, a causa di un calo dei concepimenti nel mese di marzo, per poi ridursi ulteriormente a 393 mila nel 2021″.

Un calo di gravidanze dovuto anche al blocco, nei mesi del (primo) lockdown, degli interventi di fecondazione assistita. Già nella primavera scorsa la Sigo, Società italiana di ginecologia e ostetricia, calcolava che “ogni mese di inattività determina una mancata esecuzione di circa 8mila trattamenti di procreazione medicalmente assistita, con una potenziale perdita di natalità mensile di circa 1500 bambini”. In parte, ma soltanto in parte, quei ritardi sono stati colmati, è molto probabile però che una quota di coppie abbia rinunciato.

I demografi parlano oggi, infatti, di “trappola demografica”. Una vera e propria trappola nella quale l’Italia si trova ormai da decenni, sulla quale si è depositata l’emergenza Covid. Spiega Daniele Vignoli, ordinario di Demografia all’università di Firenze. “Nel nostro paese la natalità è in calo fin dagli anni Settanta. Nascendo meno bambini e in particolare meno bambine, è diminuito il numero delle madri. Di conseguenza il numero dei nati. Ridotto ancor di più dalla tendenza delle donne a diventare madri oltre i 35 anni”. Basta osservare i numeri: nel 2008 nascevano in Italia 576.659 bambini,  nel 2019 i nuovi nati sono stati, soltanto, 420.170.

Su questo tasso di fecondità  che è ormai sotto la soglia di 1,3 figli per donna, “lowest low fertility”, “fecondità più bassa tra le basse”, è planato, a spegnere ogni desiderio di maternità, lo spettro del Covid, con tutto il suo conseguente bagaglio di crisi economica. “Vivevamo già in una condizione di precarietà lavorativa che rendeva davvero arduo per le coppie pianificare il futuro, quindi, soprattutto, un figlio. Il virus ha reso ancora più incerta questa età dell’incertezza. Come se un’ombra fosse scesa sul futuro dei nostri giovani”.  Per uscire dalla “trappola demografica e invertire la rotta”, aggiunge Daniele Vignoli, “bisognerebbe investire adesso in sostegni per la natalità aspettando risultati che si vedranno però tra anni”. Ma è proprio questo, la non immediatezza dei risultati, aggiunge Vignoli, “uno dei motivi per cui la politica sembra avere così poco interesse a investire sul futuro del natalità”.

La pandemia, poi, si porta dietro altre ombre. In questi mesi di preoccupazione e paura, di convivenza forzata che adesso è destinata a riproporsi, è la sostanza stessa dei rapporti di coppia e amorosi a essere peggiorata. “Lo sottolineano diversi studi: un calo del 12% in meno sulla qualità delle relazioni. E una tendenza sempre più marcata a convivere piuttosto che sposarsi. Segno, anche questo, della sensazione di incertezza nel domani”.

APPROFONDIMENTO: SESSO, AMORE E PANDEMIA

Poi c’è l’amore. La sessualità. La tristezza. Manuela Fraire, psicoanalista di lungo corso, sottolinea come, in realtà la “clausura familiare sia nemica del desiderio”. “Nei mesi del lockdown le coppie e le famiglie si sono strette insieme sì, ma in una strategia di sopravvivenza, curarsi, volersi bene, la casa è diventata il luogo della scuola, del lavoro, non certo della seduzione e del sesso”. E in questo calo radicale dei concepimenti ci sono più fattori, suggerisce Fraire. “La paura del futuro, certo, il dramma della precarietà che riguarda maschi e femmine. Ma anche il rifiuto, ormai netto, delle donne, al mettere al mondo un figlio senza avere la certezza di potercela fare ancheda sole. È una rivoluzione antropologica e se ne parla troppo poco. Le donne prima di fare un bambino, oggi, vogliono sentirsi realizzate e sicure, non vogliono contare sul proprio compagno. Sanno bene quanto può essere fragile una relazione. E in attesa di poter essere economicamente autonome, in molte rinviano per anni la scelta di essere madri”. A volte, anche, per sempre.

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