Fred De Palma ci spiega perché dovremmo prendere sul serio il reggaeton

«In Italia è considerato di serie C, ma ha la stessa storia di rivalsa sociale del rap. E non è musica solo estiva»

Prima ancora che un’intervista a Fred De Palma – uno dei primissimi e pochissimi artisti a fare solo reggaeton in Italia, principe delle classifiche con hit come Una volta ancora, Paloma o la più recente Ti raggiungerò, e ora pronto a fare il bis con il nuovo album Unico, appena uscito – questo vuole essere un articolo educativo e informativo, che spiega il perché il reggaeton ha una sua dignità e, prima di liquidarlo in toto come musica estiva di sottofondo, è giusto approfondire l’argomento.

A lanciare il genere in tutto il mondo è stata la super hit planetaria Gasolina di Daddy Yankee (2005), ma «nasce a Porto Rico: Daddy Yankee e Don Omar sono stati i primi a rendere famoso il reggaeton ovunque, nei primi anni ’00. Prima ancora c’era il dembow, che ha sonorità molto simili e oggi è diffuso soprattutto in Repubblica Dominicana», ci racconta Fred De Palma al telefono. Oggi è un sound che ha una delle sue principali culle in in Colombia, ma in generale è diffuso in tutta l’America Latina e nei Caraibi, nonché da noi. Il diretto interessato ha trovato molte affinità con il suo passato nella scena hip hop perché «ha esattamente la stessa storia di rivalsa sociale del rap, anche nei testi», spiega.

Molti considerano il reggaeton una non-musica senza tradizione né ragion d’essere in Italia…
L’Italia è un Paese che spesso, in termini di musica, resta indietro cinque, dieci anni rispetto al resto del mondo. Vede il reggaeton come un genere di serie C, quando altrove è oltre la serie A, a livello di numeri, di diffusione, di gradimento. Ha battuto ogni record esistente, ormai. Ovviamente ha bisogno di essere spiegato: da noi i media non lo raccontano granché, lo stereotipano. Un po’ come quando è arrivato il rap, 30 e passa anni fa: la gente lo identificava con gente con i pantaloni larghi che faceva le corna e diceva cose tipo «yo, fratello!».

Non lo conoscevano, insomma.
Esatto. La differenza tra il rap e il reggaeton è che sta facendo una scalata al contrario: è partito come un genere mainstream e probabilmente si diffonderà anche nell’underground, perché molti artisti cominceranno a scoprirlo e a farlo in maniera diversa da quella che passa per radio. Ovviamente in Italia è arrivato trascinato dall’influenza delle super hit mondiali, ma non è una semplice copia di quel sound: si è già evoluto.

Come racconteresti il reggaeton a un alieno che non ne ha mai sentito parlare?
Immagina di entrare in una stanza in cui sono tutti seduti e parlano a bassa voce. All’improvviso, parte dalle casse una canzone reggaeton e tutto cambia: riesce a trasformare qualsiasi luogo nella festa più figa a cui tu abbia mai partecipato. Ha il potere di tirarti fuori la voglia di divertirti, di farti sentire le vibrazioni positive attorno a te. È come se ti ipnotizzasse.

Due domande un po’ provocatorie, per chiudere: si dice sempre, un po’ per scherzare, che chi fa reggaeton entra in letargo all’inizio dell’autunno per poi riemergere in estate con un singolo o un album. Cosa risponderesti?
Beh, devo dire che per molti artisti in parte è anche vero (ride). O meglio, a giugno immancabilmente pubblicano un pezzo reggaeton perché sanno che è un genere che d’estate fa i numeri, mentre da settembre a maggio tornano a fare ciò che fanno di solito. Non sono d’accordo con questa linea, a caccia del tormentone estivo. Il mio percorso non è questo, io adotto le stesse sonorità tutto l’anno. Ovviamente lo dicono anche di me, perché al pubblico arriva la grande hit piuttosto che tutto il resto, ma il successo di Ti raggiungerò – che è uscita a marzo, ha ottenuto il disco di platino ed è ancora in classifica – dimostra che non è vero.

Seconda e ultima domanda provocatoria: ora che non sei più l’unico a fare musica latin urban in Italia e molti altri hanno scoperto le potenzialità del genere, ti senti più soddisfatto di avere aperto la strada agli altri o più innervosito all’idea che altri si siano attaccati al trend che tira di più?
Sono felicissimo che ci siano altri artisti che hanno seguito il mio esempio. Ce ne sono tanti che ammiro e apprezzo, anche nell’underground: i Bautista, Astol, Cosmic, Boro Boro… Quelli che mi innervosiscono sono quelli che continuano a denigrare il genere, facendo un pezzo all’anno per fare la hit estiva. Non voglio fare il purista, ma il reggaeton italiano ora come ora non ha bisogno di questo tipo di artisti.

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