IL NATALE DEI PESCATORI DI MAZARA DEL VALLO

E’ il giorno della liberazione per i 18 pescatori di Mazara del Vallo che da 108 giorni erano trattenuti in Libia, sotto la sorveglianza dei militari del generale Khalifa Haftar. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è volato a Bengasi insieme con il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, per riportarli in patria. Il Quirinale ha fatto sapere che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stato informato da Conte e ha appreso con “grande soddisfazione” la notizia. Il capo dello Stato ha rivolto il suo apprezzamento agli apparati dello Stato che hanno lavorato per la positiva conclusione della vicenda.

“Buon rientro a casa”, ha scritto il premier Conte su Facebook, dove ha postato una foto dei pescatori italiani liberati. Sempre su Facebook, il ministro Di Maio ha scritto: “Grazie all’Aise (la nostra intelligence esterna) e a tutto il corpo diplomatico che hanno lavorato per riportarli a casa.Un abbraccio a tutta la comunità di Mazara del Vallo.Il Governo continua a sostenere con fermezza il processo di stabilizzazione della Libia. È ciò che io e il presidente Giuseppe Conte abbiamo ribadito oggi stesso ad Haftar, durante il nostro colloquio a Bengasi. Viva l’Italia”.

L’attesa dei familiari

L’imminente liberazione dei 18 – 8 italiani, 6 tunisini, 2 indonesiani e 2 senegalesi – è stata confermata. “Ho appena ricevuto un messaggio vocale di mio padre che mi dice ‘Siamo Liberi'”, ha riferito una ragazza tunisina, figlia di uno pescatori trattenuti in Libia. C’e’ molta gioia tra i familiari radunatisi davanti al municipio mazarese con il sindaco Salvatore Quinci. 

“Finalmente, aspettavamo questo regalo di Natale”, hanno alcuni di loro. “E’ un grande giorno per noi tutti”, ha aggiunto il sindaco, che ha raccontato all’AGI: “Da Bengasi arrivano notizie di attività frenetiche da parte dei nostri pescatori che non si trovano più in stato di fermo. Notizie bellissime che ci tengono in un’attesa carica di trepidazione, questa comunità è sfinita. Ho sempre detto che questa vicenda sarebbe finita con una telefonata all’improvviso, ed è arrivata. E oggi speriamo che i nostri uomini tornino a bordo dei pescherecci che sono la loro casa per la maggior parte dei giorni dell’anno. Saremo qui tutti ad accoglierli”.

 “Oggi sono 108 giorni dal sequestro, con comodo…”: così il leader della Lega, Matteo Salvini, ha commentato l’iniziativa del premier Giuseppe Conte e del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio che si sono recati a Bengasi per il rilascio degli equipaggi dei due pescherecci di Mazara del Vallo.

Era il primo settembre, oltre cento giorni fa. Per 108 lunghi giorni diciotto pescatori – otto tunisini, sei italiani, due indonesiani e due senegalesi – sono stati trattenuti in Libia. Erano a bordo di due pescherecci di Mazara del Vallo, “Antartide” e “Medinea”, sequestrati dalle motovedette libiche. L’accusa avanzata dalle autorità di quel Paese, è di avere violato le acque territoriali, pescando all’interno di quella che ritengono essere un’area di loro pertinenza, in base a una convenzione che prevede l’estensione della Zee (zona economica esclusiva) da 12 a 74 miglia. Nei giorni seguenti al sequestro le milizie di Haftar hanno contestato, in modo infondato, anche il traffico di droga.

Inoltre nel corso delle trattative sarebbe stata avanzata la richiesta di uno ‘scambio di prigionieri’, chiedendo l’estradizione di quattro calciatori libici condannati in Italia come scafisti di una traversata in cui morirono 49 migranti.  Uno strano caso questo dei calciatori-scafisti. Condannati a 30 anni di carcere dalla giustizia italiana, ma conosciuti in Libia come giovani promesse del calcio. Sono stati condannati dalla corte d’assise di Catania e poi dalla corte d’appello etnea, con l’accusa di aver fatto parte del gruppo di scafisti responsabili della cosiddetta ‘Strage di Ferragosto’ del 2015 in cui morirono 49 migranti. La notte della ‘Strage’ avrebbero contribuito con “calci, bastonate e cinghiate” per bloccare i migranti nella stiva dell’imbarcazione. Nel corso del processo, la loro vicenda era stata monitorata dall’ambasciata libica in Italia, partecipando anche ad alcune udienze al Tribunale di Catania.

I quattro raccontarono ai giudici di aver pagato per quel viaggio, ricostruendo la loro versione, come Al Monsiff che disse di “giocare a calcio nella serie A” e “aveva deciso di andare in Germania per avere un futuro, impossibile in Libia a causa della guerra”. Durante il dibattimento i legali dei quattro imputati sollevarono anche alcune anomalie nel loro riconoscimento, avvenuto attraverso delle interviste ai 313 sopravvissuti di quel viaggio, giunti a Catania a bordo della Siem Pilot il 17 agosto 2015. I familiari hanno protestato più volte a Mazara, in piazza, davanti alla casa del ministro alla Giustizia, a Montecitorio, incatenandosi, chiedendo anche l’intervento dei corpi speciali, e si riteneva possibile una soluzione proprio a ridosso del Natale. Fino alla svolta di oggi: un volo ‘liberatorio’ con destinazione Bengasi.

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