IL PD NON SI FIDA DELLA STABILITÀ DEI 5S E STRIZZA L’OCCHIO A FORZA ITALIA

Gli Stati generali del M5s sono serviti per imprimere un’accelerazione sulla costituzione della guida collegiale e per cercare di sciogliere alcuni nodi nelle dinamiche interne ai pentastellati. Si va verso un doppio organismo, con una segreteria ristretta che sarà chiamata a prendere le future decisioni: l’iter prevede la votazione su Rousseau su chi saranno i rappresentanti, se dovranno far parte del nuovo ‘direttorio’ anche i membri dell’esecutivo.

Nei prossimi giorni insomma si capirà se Di Battista – ieri ha posto delle condizioni ben precise – sarà della partita e anche quale sarà il ruolo di Casaleggio che, nelle intenzioni dei vertici, dovrà cedere sulla gestione degli iscritti e sulla certificazione delle liste (“Ai tavoli – spiega un ‘big’ M5s – si è rimarcata l’importanza di una piattaforma digitale a disposizione del Movimento ma non è stato neanche fatto il nome del figlio di Gianroberto. Deve accettare se fare il tecnico a gettone, altrimenti è fuori”).

Ma sulle grosse questioni programmatiche il lavoro proseguirà con i tavoli convocati dal capo politico Crimi. Si è parlato nel week end di sanità, scuola, fisco, lavoro, ambiente e diritti civili ma non vi sarà per il momento alcun documento sottoposto alla rete. Gli alleati del Movimento 5 stelle, invece, si aspettavano delle novità anche su questo fronte, come sul tema delle alleanze. Da qui una certa insofferenza di Pd e Italia viva sul rischio che il piano di rilancio del governo vada a rilento. Domani, secondo quanto si apprende, ci sarà un nuovo incontro tra i capigruppo ma al momento – dalle riforme ai provvedimenti da portare avanti – non c’è ancora un vero raccordo.

Venerdì scorso si sono tenute due riunioni ma si è parlato più che altro di metodo, con la regia del ministro per i Rapporti con il Parlamento D’Incà. Italia viva, per esempio, vuole una profonda revisione dell’architettura dello Stato, Pd è sulla stessa lunghezza d’onda mentre – spiega una fonte della maggioranza – gli altri alleati frenano. E una parte del Movimento frena anche sulla possibilità di aprire un dialogo concreto con Forza Italia e sulla eventualità di nominare un relatore azzurro per la legge di bilancio.

Crimi ha detto no, l’ala governista sarebbe più possibilista, il Pd spinge in questa direzione. È Bettini a farsi portavoce di una volontà di dialogo certificata, tra gli altri, anche dal segretario dem Zingaretti e dal capogruppo del partito al Senato, Marcucci. Il dem Bettini si è spinto anche oltre aprendo alla eventualità di una revisione della squadra dell’esecutivo. Il tema non è più un tabù e anche diversi ‘big’ del Movimento sottolineano che dopo la legge di bilancio potrebbe aprirsi la partita del rimpasto.

Escluso un coinvogimento di Forza Italia nel governo

Ma un coinvolgimento del partito di Berlusconi in una nuova maggioranza è stato escluso dallo stesso Cavaliere. L’ex premier ha aperto ad una collaborazione ma anche agli altri leader del centrodestra Salvini e Meloni ha ribadito che FI non uscirà dal perimetro dell’alleanza. E se tra i ‘lumbard’ e anche tra i parlamentari di Fdi (“Ma dove vanno quelli di Forza Italia senza di noi?”, allarga le braccia un esponente di primo piano di Fratelli d’Italia) permangono sospetti è perché c’è un tentativo in atto di ‘Opa’ nei confronti dei moderati. Nelle fila della maggioranza c’è chi prevede grandi manovre in primavera, ovvero dopo le amministrative (il centrodestra è impegnato a trovare i nomi per Bologna, Milano, Napoli e Roma, Salvini punta a nomi di alto profilo, la Meloni ha ribadito che non c’è alcuna chiusura nei confronti di Bertolaso – sul nome dell’ex capo della protezione civile ci punta sempre più pure la Lega – ma è a fine novembre che si chiuderanno i giochi), quando si entrerà nel semestre bianco e magari sarà sul tavolo la legge proporzionale.

Fino ad allora anche chi ipotizza scenari di cambiamento scommette che non succederà nulla. La convergenza si registrerà in Parlamento: oggi, per esempio, in Commissione Cultura al Senato tutti i gruppi parlamentari tranne la Lega (che ha presentato un proprio testo) hanno sottoscritto un emendamento su un fondo per la cultura che prevede un credito di imposta del 90 per cento per le attività teatrali e gli spettacoli dal vivo, quale contributo straordinario alle spese sostenute dalle imprese nel 2020.

Ma, al di là dei lavori parlamentari sui provvedimenti economici che il governo porterà avanti nelle prossime settimane e sui quali occorreranno numeri stabili al Senato in vista del nuovo scostamento di bilancio da circa 20 miliardi, la maggioranza dovrà stringere sul ‘Recovery plan’, sulla questione sul Mes e sulle leggi in calendario lle Camere, come per esempio il dl immigrazione. In Commissione alla Camera oggi sono slittate le votazioni, in attesa dell’audizione di domani del ministro Lamorgese.

L’orientamento dei rosso-gialli è quello di chiudere un accordo su un ‘pacchetto’ di emendamenti ed accantonare quelle richieste di modifiche sulle quali non si registra un’intesa. Ma un’ala del Movimento 5 stelle vorrebbe ridiscutere il dl, riaprire sul tema della confisca delle navi e sul sistema dell’accoglienza. “I Dl Salvini non prevedevano fondi aggiuntivi, ora nella manovra potrebbero entrare quasi cento milioni all’anno per le politiche d’asilo, fondi che sarà difficile spiegare”, osserva un ‘big’ pentastellato.

“Si naviga a vista”, osserva una fonte parlamentare di Iv. Tuttavia le fibrillazioni sui provvedimenti, così come sulla Rai (Pd e Movimento 5 stelle continuano ad essere distanti sulla gestione Salini), restano sullo sfondo. L’attenzione è tutta legata alle norme anti-Covid e alla manovra varata dall’esecutivo. Il governo oggi ha sciolto il nodo del commissariamento della Sanità in Calabria, coinvolgendo – con la mediazione del premier Conte – anche Gino Strada.

Ma il pressing delle regioni e degli enti locali affinchè siano più chiari i dati in base alle valutazioni delle fasce e i criteri per uscire dalla ‘zona rossa’ o dalla ‘zona arancione’ è sempre più stringente. Oggi l’Abruzzo ha cambiato colore, mentre Piemonte e Lombardia spingono per il percorso inverso. Il presidente del Consiglio difende a spada tratta il principio della ‘zonizzazione’ mentre i governatori vorrebbero garanzie sulla possibilità di riaprire a Natale ma i virologi e anche l’ala ‘rigorista’ del governo su questo punto frenano.

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