LA VERSIONE DI GHIGO RENZULLI DEI LITFIBA: «CHE FATICA FARE ROCK IN ITALIA»

Quarant’anni di musica in un libro e in questa conversazione: le critiche che considera ingiuste, i litigi con Piero Pelù, i rapper che comprano le basi e la rete «che ha uniformato il pensiero»

“Sembra facile ripulire una chitarra dal sangue… non lo è affatto”. È una frase che appare a un certo punto di 40 anni da Litfiba, il libro di Federico “Ghigo” Renzulli. Sembra una frase a effetto – e lo è – ma non è scritta con questo intento: per il chitarrista è una semplice constatazione, un tipico momento di realtà e di realismo all’interno di quattro decenni che difficilmente altre rock band italiane potranno vivere allo stesso modo

È persino con una sorta di sottile low profile, senza calcare la mano sull’epica e l’autoesaltazione (non è il suo stile, anche se qualcun altro nella band ne è notoriamente provvisto) che in queste pagine il fondatore del gruppo fiorentino costringe tutti coloro che sminuiscono l’intera avventura dei Litfiba a confrontarsi con una lunga marcia contrassegnata da scorpioni suicidi, martellatori di canguri, perquise continue, umidità in Thailandia, uova bolsceviche in URSS, caldo sahariano e pioggia belga, fucili a canne mozze a Los Angeles, squali commestibili e insetti cannibali, incidenti mortali, premi appiccicosi, pistole che saltano fuori un po’ qua un po’ là, amicizie virili e liti ancora più virili, paresi e fibromi, lavori saltuari, bare sul palco, star straniere molto disponibili, presunte star italiane che invece se la tirano, colleghi musicisti che non ce la fanno e lasciano, ritrovarsi ad aprire i concerti dei Clash, poi ritrovarsi a farsi aprire i concerti dai Ramones, e tutto intorno un pubblico molto rock’n’roll, donne molto rock’n’roll, droghe molto rock’n’roll.

Renzulli non risparmia i dettagli, inclusi quelli sugli aspetti pratici, tecnici del fare musica, andati un po’ persi in quest’epoca in cui sembra un’attività fondata su proclami e marketing. Ma destino ha voluto che nel momento in cui celebrare i 40 anni di questa vita on the road iniziati con il primo concerto nel dicembre 1980, i Litfiba si dovessero fermare come tutti…

Come va, Ghigo?
Bene, dai. Non ricordo nemmeno più se oggi siamo in zona rossa, o gialla, o arancione. Siamo in un mondo psichedelico, i colori cambiano di continuo.

Quest’anno è stato molto diverso per voi che fate musica, ma anche per chi la ascolta. Come ascoltatore, cosa è cambiato per te?
Ho approfittato della prima fase del lockdown per riascoltare quasi tutta la mia collezione di CD, e c’erano cose che non ascoltavo da 20, 30 anni. Sicuramente stare più tempo in casa porta fa venir voglia di musica diversa. Per esempio i Pink Floyd in macchina è difficile ascoltarli, magari anche per un discorso di dinamica: per sentire Ummagumma bisognerebbe guidare con la mano sul volume, tanta è la differenza di volume tra le varie parti. Del resto in auto si ascoltano canzoni più che musica. Poi ho ricominciato ad ascoltare classica e jazz, per esempio Nigel Kennedy, il violinista: suona il violino a dei livelli da Paganini, ma è eclettico, a suo agio con Mozart così come col violino elettrico insieme alla Kroke Band, una band polacca con cui ha inciso un album intitolato East Meets East che consiglio a tutti. Per certi versi questo periodo mi ha reso più facile concentrarmi sulla musica cui sono interessato in questo periodo, quella strumentale che ho proposto nel progetto Novox. E concentrarmi sul libro 40 anni da Litfiba.

Foto: Cesare Dagliana, da ’40 anni da Litfiba’

Ecco, parliamone. Intanto, cominciamo col dire che la quantità di dettagli che tiri fuori su concerti, dischi, incontri, eventi della tua vita e quella della band è stupefacente. Sei uno che tiene diari?
No, è che ho una memoria quasi da hard disk. Mi ricordo veramente tutto. Ci ho messo sei mesi a scriverlo, alzandomi la mattina presto, mettendomi al computer, e spesso senza staccarmi per giorni interi. E quando ho finito, devo ammettere che mi sono detto: cazzo, che vita! Non è stata molto normale, no…

Hai omesso qualcosa? In un paio di pagine, espressamente, ti trattieni: “Preferisco non aggiungere altri dettagli in merito”.
Qui mi dai l’occasione per spiegare che ci ho messo un po’ per capire che taglio dargli: ci sono molti modi per fare un libro, io ho optato per un taglio narrativo scorrevole e simpatico in cui mi mettermi a nudo raccontando tanti aneddoti a chi vuole conoscere la storia di una band. Senza buttare merda su nessuno. Di libri rancorosi e stizzosi ce ne sono già stati nel passato, penso sia il comportamento giusto nei confronti della vita, le cose avvengono, ma passa l’acqua sotto i ponti. Come ho detto, mi ricordo tutto e bene, ma non sono rancoroso. Quando scrivo “meglio non parlarne” intendo dire che raccontare la dinamica di certe liti, che ovviamente ci sono state, e il racconto non le nasconde, sarebbe stato spiacevole. Cosa fai, metti tutte le offese personali? Nessuna lite è piacevole, comporta un linguaggio offensivo. Chiunque si rivede mentre litiga, giustamente, è in imbarazzo. Se proprio qualcuno vuole un linguaggio più pittoresco, il mio socio ci ha già pensato qualche anno fa in un suo libro…

Oh, interessante – anche il fatto che tu lo abbia chiamato “il mio socio”, e non col suo nome.
No no no, era solo un modo di dire, il mio socio è Piero ed è così che lo chiamo, e in questo periodo ti potrà confermare che siamo in buoni rapporti.

Pelù ha letto il libro?
Se non lo ha letto lui lo avrà letto la sua assistente che lo avrà rassicurato che non ha nulla di cui preoccuparsi. Ci sentiamo spesso – in questo periodo con WhatsApp, per forza di cose – e so che se ci fosse stata una minima contrarietà mi avrebbe mandato al diavolo, conosco il mio pollo, ahaha! Però tanto per farti capire cosa intendo parlando di autocensure: nel libro si parla di droga, perché la mia generazione e l’ambiente del rock hanno attraversato spesso queste esperienze. A un certo punto c’è il racconto della prima ragazza che ho visto farsi di eroina, e nella prima stesura ero stato molto realistico con la descrizione del sangue, della bava alla bocca e dei rantoli. Forse anche troppo realistico. Mi hanno fatto notare che poteva risultare molto spiacevole, così l’ho riscritto cercando di far capire il mio punto di vista sull’eroina senza esagerare coi particolari cruenti.

Foto: Luciano Viti/Getty Images

In effetti una cosa che colpisce è la fisicità del tuo racconto. La fatica, il corpo che si ammala, che si ferisce, che mangia, che collassa, che suda… Non ti sei messo a intellettualizzare il percorso dei Litfiba, hai fatto vedere la strada, l’elettricità che entra negli amplificatori, le cantine impolverate, e a volte gli eccessi dei fan.
Che ci vuoi fare, sono una persona rustica. Ma in generale il rock che ho conosciuto io era questo.

In questi anni vanno molto di moda i film celebrativi. Il tuo libro è più sul versante del documentario.
Io penso che sia giusto raccontare quanto e come ce la siamo conquistata, questa vita che abbiamo fatto. Noi e gli altri che si sono sbattuti per fare rock in Italia. Qualcuno pensa che sia stato facile. Dopo tre dischi pubblicati e un bel po’ di concerti all’estero, e qualche copertina di rivista importante, io ancora vivevo in un appartamento condiviso e guidavo una Opel Kadett di seconda mano.

Non precisamente un immaginario da rap italiano, tra vestiti firmati e Lamborghini.
Musicalmente a me la trap non dispiace, perché io come musicista sono onnivoro, ma è un modo di lavorare coi computer più che con gli umani, non si parte da una persona che prende uno strumento e compone e sviluppa il tutto con altri musicisti. C’è un rapper con cui ho collaborato che comprava basi internazionali che sono su internet e ci rappava sopra, la musica è soltanto un corollario, questa è la loro scelta, e non la condivido. Poi, per quanto riguarda l’immaginario, riflette alla perfezione quello di una società in cui è più importante dimostrare quello che possiedi e non quello che sei realmente.

Sono certo che qualcuno potrebbe dire che il tuo è il punto di vista di un’altra generazione.
Lo è per forza. Ma non ho nessun pregiudizio e non mi trovo male in questa società; sono abbastanza portato con tecnologia e computer, mentre magari molti produttori rap non saprebbero cosa fare di uno strumento musicale.

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