L’UNICA CERTEZZA DEL PD IL CAOS

“L’unica certezza nel Pd? Il caos. Stavolta è difficile ipotizzare lo scenario”: il messaggio consegnato al Giornale da un parlamentare dem, vicino a Nicola Zingaretti, descrive bene la confusione che si respira al Nazareno dopo il passo di lato del segretario. Dimissioni irrevocabili? Risponde con una risata un senatore di Base riformista, la corrente degli ex renziani nel Pd. Che pero spiega: “Zingaretti aveva detto mai al governo con i Cinque stelle. Poi ha fatto il Conte due. Aveva minacciato: Conte o elezioni, poi ha fatto il governo Draghi. Ora dice nessun ripensamento? Allora tornerà indietro”.

L’indizio è la parola “irrevocabili”, che manca nel post sulle dimissioni. Le due fonti fotografano lo stallo nel partito democratico. Si apre una settimana di passione: da oggi al prossimo fine settimana (13 e 14 marzo) quando si riunirà l’assemblea nazionale. Tutte le opzioni e gli scenari sono sul tavolo. L’ultima idea, circolata ieri mattina, è un documento firmato da tutti i capicorrente (Delrio, Franceschini, Orlando, Bonaccini) per chiedere a Zingaretti di riprendere in mano il timone del Pd. Con una garanzia: mandato pieno fino al 2023. Andrea Marcucci, capogruppo dei dem a Palazzo Madama ed esponente della componente, agguerritissima, di Base riformista, non sembra d’accordo e lancia una donna alla guida del partito: “Il Pd deve scegliere un reggente, magari una donna, che guidi il partito fino al congresso, dopo le amministrative”, dice nell’intervista al Messaggero. L’assemblea, dove Zingaretti ha la maggioranza dei delegati, è sovrana. Sono tre le strade: elezione di un reggente fino al congresso, elezione di un nuovo segretario o riconferma (respingere le dimissioni) Zingaretti, scioglimento dell’assemblea per andare dritto al congresso. La terza ipotesi, con la pandemia che riprende forza, è la meno probabile. Restano le altre due opzioni: Zingaretti o un reggente. Al momento si ragiona sul traghettatore. E qui si incrociano le varie componenti. Fino a ieri il nome di Roberta Pinotti, ex ministro della Difesa ed esponente di area dem, sembrava mettere tutti d’accordo. Un nome di equilibrio, tra l’ala zingarettiana e gli ex renziani capitanati dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Affidare la guida dei dem a Pinotti significa consegnare il partito nelle mani di Dario Franceschini. La frenata rimette in pista il nome di Piero Fassino. Si tira fuori il capogruppo alla Camera Graziano Delrio: “Io segretario? No, sono capogruppo alla Camera. Avremo molto da tribolare nei prossimi mesi. Abbiamo ottime dirigenti politiche, abbiamo donne e uomini. L’importante è che chiunque sia, venga aiutato. Altrimenti sarebbe come non prendere sul serio il gesto di Nicola”, dice a Skytg24. C’è chi come l’ex ministro Giuseppe Provenzano crede a un ripensamento in extremis di Zingaretti. Ipotesi che al momento non filtra dalle parole dell’ex segretario: “Nel Pd abbiamo assistito a un martellamento quotidiano nei confronti del segretario. Mi auguro e sono convinto che anche questo momento difficile aiuterà a fare chiarezza. Il Pd non è partito del leader ma partito con un leader. Questo momento di chiarezza che io ho sollecitato spero che possa aver luogo affinché si possa vivere questa fase con un’esigenza di assunzione di responsabilità e, come detto, di chiarezza” – commenta Zingaretti. Ma c’è chi picchia ancora: “Servono visione e idee, sulle quali dobbiamo confrontarci in modo aperto e solidale, senza pregiudizi e fantasmi del passato. Abbiamo l’occasione per rilanciare il nostro partito ed essere davvero utili al Paese. Dobbiamo assolutamente coglierla”, rilancia da Facebook il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, annoverato tra gli avversi dell’ex segretario. La tregua è ancora lontana.

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