PASSAPORTO SANITARIO AL LAVORO 200 BIG TECH

Applicazioni cellulari diranno se ci siamo vaccinati e ci daranno l’accesso a ristoranti, cinema, aeroporti. È lo scenario a cui ora lavora un gruppo di multinazionali tecnologiche americane, in una coalizione con 200 membri, tra cui Microsoft, Salesforce, Oracle e grosse aziende sanitarie.

La coalizione, a quanto ha riportato il Wall Street Journal nei giorni scorsi, pubblicherà ad aprile i primi standard tecnologici globali per app mobili in grado di verificare se qualcuno si è vaccinato contro il Covid-19.

Si chiama “Vaccination Credential Initiative” ed è il nuovo tentativo delle big tech mondiali di determinare le sorti della lotta mondiale alla pandemia. L’iniziativa precedente è stata quella di Apple-Google, per la prima volta alleati nella creazione dei pilastri tecnologici su cui si basano quasi tutte le app Covid-19 mondiali, tra cui l’italiana Immuni.  

L’iniziativa ha alcuni aspetti in comune con la recente proposta della Commissione europea di un “digital green certificate”, noto anche come “passaporto vaccinale” (termine improprio, per i giuristi).

Ed anche gli standard dell’iniziativa americana infatti incorporeranno dati clinici verificati digitalmente con un nome e una data di nascita che possono anche essere visualizzati come codici QR. Di fatto, per come la immaginano negli Usa, l’app si collegherà direttamente ai sistemi sanitari e recupererà l’informazione sul vaccino.

L’utente dovrà mostrare l’app al personale incaricato o anche avvicinare il cellulare all’ingresso, di un ristorante ad esempio, per un controllo automatico con un apposito lettore.

La proposta europea è diversa per alcuni aspetti non propriamente tecnologici. Prevede un pass digitale o cartaceo, dotato di codice a barre, riconosciuto da tutti i governi Ue; per non discriminare chi non può o non vuole vaccinarsi, conterrà non solo il dato della vaccinazione ma anche l’indicazione di anticorpi in chi ha già superato il Covid o un test negativo. Sempre per evitare discriminazioni, non rappresenterà una precondizione per viaggiare, ma è chiaro che l’idea è di consentire a chi ne è in possesso di evitare quarantene o altre restrizioni.

L’iniziativa americana si potrebbe sposare con quella europea. Lo scopo degli standard open source americani è infatti solo quello di facilitare la nascita delle app.  E così le app europee potrebbero poi seguire le regole europee, anche se basate su standard americani. Proprio come accaduto con Immuni e i suoi analoghi.

Varie aziende stanno già testando questo tipo di applicazioni. Clear, che offre servizi di accessi prioritario ai gate aeroportuali, lo sta facendo su alcuni voli per le Hawaii all’interno di un programma pilota con lo Stato. Ibm già in autunno ha lanciato un servizio di verifica per i dati sanitari Covid-19, chiamato Digital Health Pass e costruito su blockchain, la tecnologia dietro i bitcoin.

Google ha comunicato che si sta interessando ai risultati di questa coalizione per integrarne gli standard nella sua piattaforma di portafoglio digitale e accessibile sui cellulari Android.

“Prima di vedere questo tipo di app in Italia servirà una legge, come giustamente ha detto il Garante Privacy in merito alla proposta europea”, dice Franco Pizzetti, professore emerito di diritto costituzionale all’università di Torino ed ex Garante della Privacy. “Una legge infatti è necessaria, in base alla Costituzione, per imporre un qualunque trattamento sanitario. Ma serve anche affinché l’Italia possa farsi garante verso Paesi terzi che quell’informazione, leggibile sull’app, sia affidabile”, continua.

“Non stupisce l’interesse delle big tech per questi servizi. Il dato sanitario è sempre più connesso a interessi economici, infatti”, aggiunge. Ed è così con il Covid-19, considerando, tra l’altro, che la ripresa economica è connessa alla vittoria sulla pandemia. “Le aziende tecnologiche sono quindi certo interessate a controllare le piattaforme dove passano questi dati. Ecco perché il tema della protezione dati e delle relative norme è adesso centrale, per garantire la fiducia nella economia digitale”, aggiunge Pizzetti.

Per Rocco Panetta, noto giurista esperto di privacy “da un lato è un bene che chi opera nel mercato dei dati, costruisca questo tipo di piattaforme in periodi di emergenza. Tuttavia noto due aspetti critici”. Il primo, prosegue è “l’assenza cronica di attori del nostro Continente, che sul mercato dei dati continuano ad andare al traino di iniziative statunitensi”. E poi che si tratta “dell’ennesimo grande slittamento verso la creazione di sempre più grandi contenitori di big data, pieni zeppi di dati personali, generati da operatori attivi in ambiti diversi, difficilmente accessibili e controllabili dagli interessati al trattamento (le persone) e dalle autorità di controllo”.

“Le norme europee costruite intorno a quel modello etico di trattamento dati al servizio dell’uomo rischiano di restare disattese nel momento in cui di fronte ad emergenze come quella che stiamo vivendo non riescono a reggere agli eventi”, conclude Panetta.

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