UCCISO DAVANTI AL FIGLIO DI 6 ANNI PER UNO SGARRO AL BOSS

È morto per uno schiaffo che il boss ha letto come un affronto e ha voluto lavare con il sangue, Carmelo Polito. A dieci anni dall’omicidio dell’uomo, ammazzato l’1 marzo del 2011 mentre passeggiava insieme al figlio di sei anni per le vie del centro cittadino a San Gregorio di Ippona, in provincia di Vibo Valentia, sono stati individuati il killer e il mandante di quel delitto che all’epoca ha sconvolto l’intero paese.  

Su richiesta della procura antimafia di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, e per ordine dei giudici, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo Valentia questa mattina hanno arrestato Giuseppe Pannace, 30 anni, di San Gregorio d’Ippona e notificato una nuova misura a Rosario Fiorillo, 32 anni, di Piscopio, già detenuto per un altro omicidio. Facce e nomi noti dei clan di zona, su cui da tempo si addensavano i sospetti. Adesso però il pm Andrea Mancuso, che ha coordinato le indagini, ne ha la certezza: sono loro il secondo killer e il mandante dell’omicidio Polito.

Un delitto nato per uno sgarbo che il boss Fiorillo non ha voluto dimenticare. Per questo avrebbe ordinato di punire con un omicidio eclatante quell’uomo che si era azzardato a mettergli le mani addosso di fronte a tutti gli altri detenuti.  Secondo quanto emerso dalle indagini, sono stati in due a farsi carico della cosa. Il primo, Francesco Pannace, è stato arrestato due anni fa, quando le rivelazioni del pentito Moscato hanno rotto il muro di omertà che ha coperto quell’omicidio. Il secondo, Giuseppe Pannace, è finito in manette questa mattina. Un ruolo per gli inquirenti potrebbe averlo avuto anche il boss di San Gregorio d’Ippona Rosario Fiarè. Anche per lui la procura aveva chiesto l’applicazione della misura cautelare in carcere, ma il gip ha respinto la richiesta non ritenendo sufficienti gli elementi a suo carico.

Si chiude dunque il cerchio su un omicidio che per modalità ed efferatezza per anni è rimasto un mistero. Polito non era un pezzo da novanta dei clan. Lo consideravano un “agitato”, un violento, ma non era un boss. Quel pomeriggio del 1 marzo 2011 era da poco uscito dal carcere psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto e passeggiava tranquillo. Non pensava di essere una vittima designata. Lo hanno sorpreso in due, arrivati a bordo di una moto, che hanno sparato incuranti delle decine di telecamere di videosorveglianza, della vicina stazione dei carabinieri e persino di quel bambino di sei anni che ha visto il padre crollare accanto a sé. Ed è rimasto a vegliarlo fin quando le pattuglie non erano arrivate.

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