ALBERTO CAMERINI 40 ANNI DOPO ‘ROCK ‘N’ ROLL ROBOT’: «ERO FAMOSO COME BOWIE»

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Intervista epica all’arlecchino metropolitano: gli inizi, l’amicizia col «dragone metropolitano» Finardi, il passaggio dai compagni della Cramps alla Mediaset del Berlusca. E il presente: «Mi diverto come un pazzo»

«Non c’è rock senza capelli o parrucchieri, è un dato di fatto». Alberto Camerini parla al telefono in una domenica pomeriggio che per la sua Milano è color arancio Covid. «Dal caschetto dei Beatles in poi, la pettinatura nel mondo del rock è una condizione sine qua non», spiega ripercorrendo 50 e passa anni di storia della musica pop e altrettanti della propria camaleontica carriera, troppo spesso oscurata dal meteorite Rock ‘n’ Roll Robot, hit single che in questo 2021 festeggia i suoi primi 40 anni.

Perché Alberto Camerini è stato hippie capellone negli anni ’60 e ’70: beatnik liceale e agitatore politico-culturale di cortei e occupazioni, poi ricercato musicista da studio e infine artista visionario nell’orbita Cramps Records, storica etichetta d’avanguardia vicina alla sinistra extraparlamentare con cui ha pubblicato ben tre album.

Ma è all’inizio degli anni ’80 che Camerini esplode come fenomeno nazional-popolare, con i capelli sparati in aria alla Johnny Rotten per Skatenati! e un ciuffo rockabilly-punk in perenne lotta contro la forza di gravità per l’Arlecchino elettronico, sorta di alter ego nel suo periodo più celebre, quello di Tanz Bambolina e, appunto, Rock ‘n’ Roll Robot.

Solido musicista, artista pirotecnico, sgangherato chiacchierone, padre di due figli scrittori e nonno di una nipotina, Alberto Camerini compirà 70 anni il prossimo maggio. Lo festeggiamo ora, ripercorrendo con lui tutta la sua storia, che non ha origine a Milano, ma in Brasile.

Forse non tutti sanno che sei nato a San Paolo. Partiamo da qui.
Nel 1938 la famiglia di mio padre, di religione ebraica, è emigrata in Brasile per via delle leggi razziali. Poi lui è andato a studiare pittura a Parigi, dove ha conosciuto mia mamma che era figlia di uno scultore: veniva da una famiglia di artisti, accademia di Brera, conservatorio, violinisti, ballerine… E l’ha portata in Brasile. Io sono nato lì nel 1951 e ci ho vissuto fino al ’62, quando l’agenzia di pubblicità per cui lavorava mio padre – la McCann Erickson – gli ha proposto di fare il manager a Milano. Così siamo tornati in Italia. Sapevo l’italiano, ma con i miei parlavo in portoghese. Io e mio fratello siamo andati alla scuola ebraica dove c’erano molti bambini arabi scappati dai loro paesi per la guerra del ’56… Poi mia madre mi ha iscritto al liceo classico e lì sono diventato italiano al ciento p’ ciento (lo dice con l’accento del terruncello Abatantuono, nda).

Che liceo hai frequentato?
Liceo Beccaria.

Ed è lì che hai conosciuto altri ragazzi che sarebbero diventati musicisti importanti, giusto?
È proprio al liceo che incontro il grande Roberto Colombo, il mio primo amico italiano non ebreo. Robi era un clown meraviglioso, molto indisciplinato, a livelli feroci. Quando parlo di Robi, per intenderci, sto parlando del marito di Antonella Ruggiero.

Compagno di scuola che poi ti ha accompagnato per buona parte della tua carriera, giusto?
Sì. Robi aveva gli occhi azzurri, il naso lungo, sembrava Pete Townshend. Lui suonava il pianoforte, l’organo, e io ho imparato a suonare la chitarra: abbiamo formato un supergruppo. Autunno ’66, avevamo 15 anni e ci chiamavamo gli Smog: facevamo i pezzi della Londra beat, Gimme Some Lovin’, una canzone degli Small Faces e già i Deep Purple, anche se io non sapevo suonare la chitarra come Ritchie Blackmore. Poi è arrivata la mania del blues, John Mayall & the Bluesbreakers, e abbiamo formato una blues band.

Alberto Camerini snocciola nomi, date, titoli di album e canzoni seguendo una serie di appunti che ha sul computer e dalle sue memorie emergono in ordine rigorosamente randomico Ricky Belloni, Flaviano Cuffari, Paolo Donnaruma, Mauro Pagani, Hugh Bullen, Lucio Fabbri, Fabio Treves… Tutta la prima linea della scena musicale milanese a cavallo tra gli anni ’60 e ’70.

E a un certo punto conosci anche Eugenio Finardi.
Il dragone metropolitano! Nel ’68 ero stato in America. Mio cugino mi aveva fatto fumare l’hashish ad Aspen, in Colorado, e quando sono rientrato in Italia, per volere degli dei, entra in scena lui: l’Eugenio Finardi, che era l’unico che fumava. Figlio di un’americana, frequentava la scuola americana, spacciatore di hashish perché lo trovava solo lui. Abbiamo legato immediatamente. Eravamo tutti maoisti-marxisti-leninisti e Finardi, poverino, era americano: solo contro tutti, l’unico che aveva il coraggio di sfidare i maoisti-marxisti-leninisti. Allora mi sono messo subito dalla sua parte: pantaloni a strisce, giacca con le frange, come Easy Rider, ma per fortuna senza baffi. A quel punto la band blues era diventata una band psichedelica, assoli di chitarra che duravano giorni interi.

Fumavate e basta o vi facevate anche di altro?
Solo hashish, che era difficile da trovare. Qualcuno dei poeti di Brera aveva la marijuana, ma non c’era lo spaccio comodo come oggi, che vai giù in piazzetta e trovi tutto a prezzi abbordabili. Lo chiamavamo pot, come i nostri genitori avevano letto su Time Magazine. Io e Eugenio, invece, chiusi nella sua cameretta leggevamo Rolling Stone, tutte le recensioni di Jon Landau. Aspetta…

Sì.
A questo punto arriva in scena la Donatella Bardi: era bella, anche lei figlia di un pittore, amava Jimi Hendrix ed è stata la mia prima fidanzatina, cantava come Joan Baez. Abbiamo formato il Pacco: Eugenio suonava le tastiere, Donatella cantava e io suonavo la chitarra. Un gruppo che è durato una primavera, ma viene ricordato perché con due canzoni abbiamo fatto quattro provini, e ci hanno preso tutti: Ricordi, Numero Uno, Fonit Cetra e United Artists. Per forza, sembravamo i Jefferson Airplane.

Tu sei sempre stato un grandissimo chitarrista: hai imparato da autodidatta?
Ero bravo a suonare la chitarra, ma un po’ tonto. Avevo una Guild Thunderbird buona per fare il country, comprata di seconda mano a New York nel ’68, con metà dei soldi che mi aveva dato mio padre, spesi al secondo giorno di vacanza. Ce l’ho ancora oggi, mi ha rovinato la vita: sono tuttora un prigioniero del rock’n’roll.

Quando hai cominciato a fare il musicista professionista?
Con il numero uno della scena hippie milanese: Claudio Rocchi. Ho iniziato a fare il chitarrista di sala di incisione alla Ariston nel 1970, fino al ’75. Ho fatto le basi per Rocchi, Ornella Vanoni, Patty Pravo, l’Equipe 84…

In effetti sei stato tra i primi a citare il rap in Italia, nell’81 hai pubblicato Rock Rap che in realtà era più un pezzo rockabilly. Ma qui dovevano essere veramente pochi a sapere cosa fosse il rap…
Solo alcuni dj sapevano chi fosse Grandmaster Flash

Mi ero comprato la guitar synth. E ho fatto il provino di Rock ‘n’ Roll Robot suonando il basso con il sintetizzatore nel guitar synth Roland, gli archi nel guitar synth e la batteria elettronica, tutto registrato con il Solton 4 piste, seduto al tavolino in via Muratori 46 barra 8. Le versioni pubblicate di Rock ‘n’ Roll Robot e Tanz Bambolina erano identiche al mio provino, lo giuro!

Assolutamente no. Quando è uscita Rock ‘n’ Roll Robot era il maggio dell’81, l’anno in cui è nata la mia prima figlia, Valentina. Avevo in banca 300 mila lire, una Ford Fiesta scassata e mi ero sposato da poco con una groupie di Raffaella Carrà. A luglio ero in tutte le Top 10, una grande soddisfazione. Avevo ancora il pubblico di Finardi, degli Area e del vecchio Camerini, tre album alle spalle, ma nel frattempo avevo tirato fuori un personaggio molto forte. Perché con Skatenati! avevo i capelli come Johnny Rotten e i pantaloni a scacchi bianchi e neri: stavo sui coglioni a tutti a sinistra… Mi chiamavano Scaramacai e mi odiavano, ma in tv funzionavo e sono piaciuto a tutt’altro tipo di pubblico. Poi mi sono messo i pantaloni rossi, la pettinatura rockabilly punk, ossia la banana senza rasare i capelli ai lati, e a quel punto sono diventato il sex symbol delle verginelle (ride di gusto). Nel 1982 ricevevo più lettere di Miguel Bosé. Perché lui aveva più fan, ma erano fan che trombavano e quindi scrivevano meno (ride ancora, tanto). A me scrivevano le bambine, che venivano ai concerti accompagnate dai genitori e avevano crisi isteriche come le teenager ai tempi dei Beatles. Piangevano e non mi lanciavano i reggiseni, ma le bamboline, i pupazzetti. La mia attuale moglie, Silvia, mi ha conosciuto quando lei aveva 11 o 12 anni: mi ha visto in televisione e ha cominciato a scrivermi le letterine d’amore

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