ALMAMEGRETTA IL RITORNO DELLA BAND NAPOLETANA

La band napoletana è tornata per celebrare un anniversario importante, con una nuova edizione del loro album icona e un tour. E qui ci raccontano chi erano e dove sono arrivati. Tra Procida, Londra e Napoli, sempre nel cuore: «L’italiano lo parliamo, ma se ci incazziamo viene fuori il napoletano. È la lingua madre che ti viene da dentro»

Venticinque anni fa un gruppo di ragazzi napoletani prendeva un vaporetto per Procida («la nostra Giamaica»). Lì sarebbe nato Sanacore, album diventato subito internazionale e ancora oggi identificativo della band e di una generazione. Così per festeggiarne l’anniversario gli Almamegretta hanno voluto ripubblicarlo. Un’edizione rimasterizzata in doppio vinile, in cd, con due inediti – Tamms Dub e Heartical Dub – e foto delle sessioni di registrazione. Lo considerano un regalo ai tanti (e fedelissimi) fan, da Nun te scurdà, a ‘O sciore cchiù felice e Sanacore. «Lo conoscono a memoria molto più di noi», rivela la voce del gruppo Raiz (Gennaro Della Volpe), «Per molti anni ho cambiato il ritornello e se ne sono sempre accorti. Noi promettiamo di essere fedeli. Loro cercano il te di 25 anni, anche se inevitabilmente siamo molto cambiati».null

A riavvolgere il nastro a quei giorni Raiz e il batterista Gennaro Tesone mettono in fila ricordi opposti. «La chiusura del tour di Sanacore a Napoli, alla stazione marittima, davanti a 30 mila persone che cantavano i nostri pezzi», dice uno. «Io, invece, ricordo quando abbiamo portato gli strumenti sull’ape 50 per imbarcarci sul vaporetto per Procida. Allora eravamo totalmente incoscienti, non ci chiedevamo nemmeno “dove ci porterà?”». L’album fu poi mixato all’On-U Sound Studio di Londra da Adrian Sherwood. Da Procida dritti a Londra

Gli Almamegretta, per merito anche dell’altro membro del gruppo D.Rad, scomparso in un incidente stradale nel 2004, hanno sempre mescolato musica elettronica a tradizioni locali, reggae e melodie mediterranee. «Londra in quegli anni era il trionfo dell’underground, dei giamaicani di seconda generazione che si mescolavano con la dub fatta da altri figli di immigrati, asiatici, pakistani». E loro cantavano in dialetto napoletano. «Nessuno capiva che fossimo italiani», scherzano, «Erano convinti che cantassimo in uno dei mille dialetti asiatici». E ancora: «Nessuno di noi veniva dalla musica popolare, eravamo cresciuti col pop angloamericano, i Pink Floyd, Jimi Hendrix, e a Londra era bellissimo vedere un mondo così libero, molto più di adesso». Perché il dialetto? «L’italiano lo parliamo», ridono, «ma se ci incazziamo viene fuori il napoletano. È la lingua più immediata, la lingua madre che ti viene da dentro».

Napoli oggi? «Abbiamo perso un po’ di tradizioni. Vedo la città più cinica, purtroppo. Le tradizioni si mantengono vive», continua Raiz, «perché esiste tutto un sistema che le giustifica. Se cambiano i rapporti sociali è chiaro che le tradizioni possono sciogliersi come neve al sole. Questo è quello che è successo secondo me a Napoli. C’era una grande umanità che abbiamo perso». «Quello che è stato letale», spiega Gennaro, «è stato l’incontro tra consumismo e povertà culturale. Ma sempre viva Napoli!».

L’anniversario di Sanacore – ossia «la celebrazione di ciò che eravamo negli anni ’90» – verrà celebrato con un tour, con date già fissate nella primavera del 2021, Covid permettendo, con un anno di ritardo

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