Amadeus: “Il vero motore sono le canzoni”
Il direttore artistico racconta cos’è per lui il Festival di Sanremo
Esce in questi giorni “Sanremo il Festival – Dall’Italia del boom al rock dei Måneskin” (Edizioni D’Idee, 190 euro 16.90), un libro scritto dal collega Nico Donvito – la copertina è di Riccardo Mazzoli, potete vederla alla fine dell’articolo – che racconta le 71 edizioni della manifestazione.
Donvito lo presenta con queste parole:
«Ho riflettuto su quanto sia cambiato il Festival negli anni e su quanto, per certi versi, sia rimasto socialmente uguale e irrimediabilmente fedele a se stesso. Dalla ricostruzione post bellica alla ricostruzione post-Covid, per intenderci. Nel corso dei decenni, Sanremo ha raccontato il nostro Paese, in tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Seppur con una liturgia tutta sua, la rassegna ha saputo rinnovarsi pur mantenendo intatta la propria natura. In fondo, come potremmo definirla se non una ruspante rappresentazione allegorica, in note e paillettes, di un’Italia che cambia e che, per certi aspetti, non vuole mai cambiare?».
Ne diremo meglio in sede di recensione; per il momento, grazie alla gentile concessione dell’autore, riprendiamo parte della prefazione del libro, firmata da Amadeus.
Da spettatore e da italiano, ho sempre pensato che il Festival di Sanremo abbia il merito di raccontare il nostro Paese, in tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Negli anni questa manifestazione ha assunto una grande valenza sociale e culturale, diventando un po’ come il Carnevale di Rio per i brasiliani. La magia accompagna da sempre la kermesse, trasformando per una settimana quello che durante l’anno è un cinema in uno dei templi più importanti della musica a livello internazionale.
Bene o male, alla fine, tutti parlano del Festival, rimanerne fuori è come essere esclusi da una chiacchiera globale, da un pettegolezzo o da una valutazione del giorno dopo. A tratti, è davvero come vedere una finale dei campionati del mondo, anche se non sei tifoso di calcio diventa un appuntamento quasi imperdibile. Sanremo è tutto questo, un luogo dove chiunque sente di poter accedere.
Il Festival illumina tutto e tutti, ciò che passa attraverso il racconto di questa manifestazione viene amplificato da una cassa di risonanza che rende qualsiasi cosa cento volte più importante. Questo, naturalmente, vale soprattutto per la musica. Avendo cinquantanove anni, ho avuto la fortuna di seguire il Festival fin dalle edizioni in bianco e nero.
Quando ero bambino ci si riuniva in famiglia per guardare tutti insieme questo grande spettacolo, poi crescendo ho continuato a seguirlo a casa di amici, sempre in compagnia, perché Sanremo è aggregazione: più si è e meglio è.
Nel corso del tempo, le varie edizioni hanno acquisito la personalità del proprio direttore artistico. Un ruolo spesso criticato, ma che rappresenta la vera forza del Festival, che altrimenti diventerebbe una macchina sempre uguale a se stessa, finendo per assomigliare ad un prodotto preconfezionato. A seconda di chi organizza e di chi calca quel palco, Sanremo cambia e offre sempre qualcosa di nuovo. Le annate di Paolo Bonolis sono state diverse da quelle di Fabio Fazio, così come le edizioni di Claudio Baglioni da quelle di Carlo Conti. Ognuno ha dato la propria impronta.
