BERLUSCONI NON SI FIDA DEI SUOI ALLEATI

È planato su Roma, dove ha immediatamente riunito lo stato maggiore. A Villa Grande prima è arrivato Antonio Tajani, poi i capigruppo di Camera e Senato, Paolo Barelli e Anna Maria Bernini. Da sotto i pini dell’Appia coordina l’operazione Quirinale. Silvio Berlusconi è forse fra tutti colui che più crede nelle chance di salire al Colle. Dal vertice andato ieri in scena tra Enrico Letta e Giuseppe Conte filtra che i due avrebbero concordato di evitare che si arrivi a una conta sul suo nome al quarto scrutinio. È benzina per il fuoco del leader azzurro. “Vuol dire che lo temono”, dice un fedelissimo.

Fin qui le note positive. Quelle negative sono le intenzioni degli alleati. Venerdì, quando lo dovrebbero raggiungere Matteo Salvini e Giorgia Meloni per un vertice decisivo – che potrebbe tuttavia essere rinviato, attendendo le mosse del Pd che ha spostato a sabato la riunione di Direzione e gruppi parlamentari – chiederà al centrodestra di ufficializzare il sostegno alla sua candidatura. A quel tavolo dovrebbe sedere anche Giovanni Toti, che oggi ha consigliato Berlusconi di “parlare meno da leader politico”, poco rassicurato delle minacce del cerchio magico di far finire la legislatura nel caso Mario Draghi venga eletto al Quirinale. Il Cavaliere si è molto irritato, i sospetti sui centristi e su una loro partita autonoma, magari insieme a Matteo Renzi, si addensano. Così come a Villa Grande si teme che Salvini utilizzi il suo nome come candidato di bandiera, coltivando una trattativa con lo schieramento giallorosso per una carta coperta, un esponente di centrodestra che in caso di elezione gli permetterebbe di intestarsi una vittoria non da poco. Il leader della Lega, consapevole che il nodo B complica qualunque tipo di intesa, ha ributtato la palla oltre il recinto di Villa Grande: “Nessuno da sinistra può mettere veti a priori”, ma “bisogna aspettare che lui dica cosa vuol fare, sciolga le riserve”.

Sospetti alimentati da un’onda che si è ingrossata nelle ultime ore a Palazzo. La spiega così un esponente di governo: “Il centrodestra è evidentemente diviso su Berlusconi, il centrosinistra non ha i numeri. Per gestire questo anno delicatissimo io non mi scandalizzerei se a un certo punto scattasse un appello nei confronti di Mattarella”. La riconferma del presidente uscente – sostenuta apertamente finora da una parte di Pd e del M5s – cristallizzerebbe l’attuale architettura istituzionale almeno fino alle prossime elezioni. Tranquillizzando i peones ansiosi di un ritorno a casa nell’eventualità di una fine precoce della legislatura, ma soprattutto sbarrando il passo all’ultima ambizione dell’ex premier.

Per questo se da un lato Berlusconi vuole una professione di lealtà da parte degli alleati, dall’altra sta provando ad allargare il fronte che lo sosterrà. Mancano una settantina di voti per superare il quorum fissato a partire dalla quarta votazione, troppi per essere raggranellati tutti nel gruppo Misto. Ecco perché il lavorio degli azzurri si sta concentrando anche suul Movimento 5 stelle. L’obiettivo è quello di sparigliare nel marasma del partito pentastellato, attraendo una pattuglia di scontenti con promesse di ricandidature e assicurando che con il capo degli azzurri al Colle Draghi rimarrà al suo posto e la legislatura arriverà a compimento. I feedback iniziali che sono arrivati a Villa Grande non sarebbero affatto negativi, confermati da uno dei suoi fedelissimi che commenta sibillino “là dentro c’è di tutto, potremmo convincere anche degli insospettabili”.

Speranze alimentate da una voce che ha iniziato a correre nelle ultime ore: una pattuglia di scontenti M5s sono pronti a far uscire nelle prime due votazioni una manciata di voti con il nome di Silvio scritto a chiare lettere. È un gruppo di dissidenti a geometria variabile, dai quindici ai trenta, a seconda dei temi e degli umori del momento, si riuniscono in conciliaboli, si vedono a cena, hanno un unico comun denominatore: una critica feroce alla gestione di Giuseppe Conte. È un fiume carsico che si muove parallelamente allo scouting berlusconiano, non è detto che le rispettive acque si incontrino, ma non si può nemmeno escludere. La mossa è quella di mandare un segnale al capo politico e vedere l’effetto che fa, anche se, spiega una fonte pentastellata, “da oggi al giorno del voto mancano due settimane, un’eternità”. Le cose potrebbero cambiare, quello che al momento non cambia, spiega la stessa fonte, “è il lavorio che alcuni colleghi di Forza Italia stanno facendo sui fianchi di alcuni dei nostri”. Nessuno è pronto a giurare che non ci saranno franchi tiratori su una sponda, silenti traditori sull’altra. Un puzzle che Berlusconi è convinto di completare prima di giovedì 27 gennaio. Il giorno, cerchiato in rosso sul calendario, è quello papabile per la quarta votazione, la prima utile per essere eletto.

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