ECONOMIA: COMMERCIO AL DETTAGLIO

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 Il +0,8% delle vendite al dettaglio registrato dall’Istat a settembre riporta il commercio finalmente al pre-pandemia. Nel mese di settembre “Il livello dell’indice destagionalizzato in volume, grazie alla dinamica positiva degli ultimi mesi, raggiunge, per la prima volta dall’inizio dell’emergenza sanitaria, il livello di febbraio 2020”, commenta infatti l’Istituto diffondendo i dati. “Anche il terzo trimestre dell’anno si conclude con una crescita su base congiunturale, che segue l’andamento positivo dei primi due trimestri – aggiunge l’Istat -. Gli aumenti, trainati dal recupero dei beni non alimentari, hanno riguardato sia il valore sia il volume delle vendite”. “Dati ottimi – commenta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori – Per la prima volta, infatti, si sono interamente recuperati i valori pre-crisi. Mentre si era già verificata la rimonta sui valori pre-pandemia di gennaio 2020, mai, salvo orai, si erano superati quelli del febbraio 2020, ultimo mese pre-lockdown”. Secondo i calcoli dell’Unc, le vendite di settembre in valore sono superiori sia nel confronto con quelle di febbraio 2020, +1,5%, che rispetto a gennaio 2020, +3%. Il recupero avviene anche per le vendite non alimentari, rispettivamente +1,8% e +2,2%. Non solo, ma anche nel raffronto con settembre 2019 e 2018 i valori sono maggiori: +6,7% e +7,5%. “Insomma, non c’è riscontro che non sia in territorio positivo”, dice Dona. Che però in un nota non dimentica di segnalare il rischio-inflazione: “Su questa bella notizia, però, pesa l’incognita prezzi. Se l’inflazione, più che raddoppiata da giugno a ottobre, da +1,3% a +2,9%, dovesse proseguire la sua corsa, le vendite potrebbero subire uno stop perché le famiglie potrebbero decidere, a titolo precauzionale, di rinviare gli acquisti in attesa di tempi migliori, con il rischio di un Natale in bianco”. Anche Federconsumatori spegne gli entusiasmi dopo i dati che denotano un “andamento incoraggiante che non deve però indurre a eccessivo ottimismo. Infatti i continui ed elevati aumenti dei prezzi, soprattutto dei beni energetici e dei prodotti alimentari a base di farine rischiano di riportare conseguenze negative sul potere di acquisto delle famiglie e, conseguentemente, sulla domanda interna”.

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