EDOARDO BENNATO: «SONO UN SOVVERSIVO, MERITEREI LA COVER DI ROLLING STONE!»

Ce n’è per tutti: i talent che sfornano infelici, il legame fra Humphrey Bogart e il Covid, De Luca, Sanremo «carrozzone maleodorante». Ma anche il nuovo album ‘Non c’è’ e il musical su Peter Pan

Sovversivo, provocatore, «una pietra rotolante». Così si definisce Edoardo Bennato e così ha sempre vissuto, lo dimostrano le sue «canzoni, canzonette, canzonacce» e una coerenza che in pochi possono vantare nel panorama musicale italiano. Ora torna con un disco, in uscita il 20 novembre, che si intitola Non c’è, come il primo singolo.

A partire dalla copertina mira dritto al punto, senza retorica: la cover, pensata e disegnata dall’artista, rappresenta la prima pagina di un quotidiano ed è arricchita con gli strilli che rimandano ai titoli delle canzoni. Il tutto, nello stile bennatiano: pungente, audace, avanguardista. Un quotidiano di oggi, anzi di domani. Sono sette i brani inediti: GenialeIl mistero della pubblica istruzioneL’uomo nero (con Clementino), La bella addormentataMaskerateNon c’èSignore e signori, più La realtà non può essere questa con Eugenio Bennato. Quindici invece i brani di repertorio che ne hanno segnato la carriera artistica, fra i quali spicca Perché (feat. Morgan).

Lo abbiamo incontrato per parlare dell’album, ma soprattutto per capire come mai uno come lui che ha riempito stadi ed è stato la colonna sonora dei mondiali ’90, sembra sparito da certi giri che contano. La sua risposta è lapidaria: «Da vero rocker pago per le mie idee».

Come vivi questo nuovo momento di reclusione forzata in casa?
Io sono sempre il solito pazzaglione, però in questo periodo sono responsabilizzato perché ho una figlia di 15 anni e la vedo costretta in casa a fare lezione senza andare a scuola. La tecnologia ci assiste, sembra di essere in un’aula, ma soffro a vederla imprigionata. Per fortuna anni fa ho pensato di iscriverla alla scuola americana a Bagnoli. È fondamentale in una società come la nostra. In Italia viviamo uno stato di soggezione totale nei confronti dei modelli artistici, culturali, etici e tecnologici del mondo anglo-americano. Infatti, non diciamo più fine settimana o di essere chiusi in casa, ma weekend e lockdown. Ormai fanno parte di questa congenita soggezione, che può essere anche molto pericolosa.

A cosa ti riferisci?
Quando Humphrey Bogart parlava con questa sigaretta fra le labbra dava un modello etico comportamentale ai ragazzini degli anni ’50 e loro, per avere ascendente sulle coetanee, fumavano. Era moderno, lo diceva il cinema! Nel bene e nel male siamo sempre condizionati, ancora di più se certi modelli arrivano da fonti “attendibili”. Il problema è che molti di quei ragazzini, sono oggi gli anziani che hanno accumulato gravi patologie polmonari e sono vittime del virus. Mentre stiamo parlando è tutto chiuso, ma le tabaccherie no. Continuano a vendere queste cose con scritto sulla confezione “nuoce gravemente alla salute, tua e degli altri”. Se in questo momento, un marziano arrivasse sulla terra, ci direbbe: «Di cosa cianciate? Morite di gravi patologie anche legate al fumo e il vostro ministro della sanità non impedisce neppure di fumare? Cosa vi aspettate dal futuro? Siete una massa di squilibrati, incapaci e inetti nelle mani del potere più assoluto».

Veniamo al singolo Non c’è. Un ragazzo suona per strada davanti al Teatro dei Talent e non entra per cercare il successo. È quel che ti auguri per chi sta provando a intraprendere una carriera artistica?
Se lo riascolto ora mi fa venire in mente i Verve, con Richard Ashcroft che canta Lucky Man. A parte questo, il videoclip è un cartone animato di Marco Pavone, con cui avevo già collaborato per La fantastica storia del pifferaio magico. Il protagonista, giovanissimo, suona per strada perché si ostina a non avere rapporti con i media, i discografici, i talent, i gatti e le volpi che gli offrono un contratto. Ha percepito che la musica gli basta, va bene così, scendere a compromessi è negativo. Io lo invidio questo ragazzo, perché a differenza sua, io da sempre inseguo il successo. Fin dalla prima ora in cui fui costretto a mettermi per strada per farmi notare.

La strada può ancora essere una gavetta utile un giovane rocker?
Io sono stato costretto, visto che il direttore della Ricordi mi aveva licenziato. Il disco era nei negozi, ma la radio non ne volevano sapere di trasmettere le mie canzoni per cui mi mise alla porta. Fortunatamente, a Londra mi ero costruito il tamburino a pedali vedendo gli uomini-orchestra che si esibivano nelle metropolitane o davanti ai cinema. Così anch’io, con il mio supporto di rame, mi misi in strada a fare dei pezzi punk. Dalle origini il punk è un modo schizofrenico per reagire a una società che si proclama sensibile e che invece è tutto il contrario. Allora, negli anni ’70, potevo persino sfottere il presidente della Repubblica, la censura era meno oppressiva di oggi. Un giorno passarono dei giornalisti che lavoravano a quello che era considerato il vangelo per i giovani, Ciao 2001, e mi aiutarono ad andare a un festival importante che poi è stato l’inizio per avere la “patente” di musicista che mi aveva negato l’etichetta discografica.

A un giovane musicista oggi sconsiglieresti di entrare in quel Teatro dei Talent?
Gli consiglierei di darsi da fare e verificare le proprie capacità nei pianobar, nei ristoranti, nei bar, ovunque possa mettersi alla prova. Per essere audace e osare devi prima di tutto avere fiducia in te stesso. Negli sport ci si confronta con l’avversario ed esiste sempre una competitività con gli altri dai quali ricavi dati inconfutabili. Per la musica non è così, visto che è tutto opinabile. Io come tanti altri siamo stati scoraggiati all’inizio, ma quando hai fiducia in te stesso vai avanti. Anche se, lo ammetto, invidio il ragazzino che rifiuta il successo, però nello stesso tempo quel giovane rinuncia a combattere e ad affrontare la realtà. Per cui non posso invitare un ragazzo a non lottare per raggiungere i suoi sogni.

È particolare anche la copertina, realizzata come la prima pagina di un giornale in cui gli strilli sono i titoli delle canzoni (un po’ come il John Lennon di Some Time in New York City, ndr).
Ho sempre usato le copertine in modo creativo. C’è complementarietà fra il saltimbanco, il musicista e il cantautore e quindi inconsciamente utilizzo qualsiasi cosa per lanciare messaggi, non solo le canzoni, le canzonette o le canzonacce. La mia prima copertina aveva due carabinieri ammanettati fra loro, qui invece ho messo come strilli di giornale i titoli dei pezzi che sono emblematici. Come Bravi ragazzi, che sembra scritta adesso, parlando di un coprifuoco all’una di notte. È la colonna sonora di quello che vediamo al telegiornale. Oppure come in Salviamo il salvabile, oppure Il mistero della pubblica istruzione, perché da sempre faccio ironia sui paradossi del presente che facciamo finta di non vedere.

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