I CLANDESTINI SI POSSONO RESPINGERE LO DICONO ANCHE I GIUDICI

Controllare i confini è molto difficile, specie da quendo è impossibile respingere i migranti verso la Libia. Una circostaza quest’ultima diventata un dato assodato dopo le varie sentenze contro il nostro Paese arrivate negli ultimi anni. Ha fatto scuola quella pronunciata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo relativa al caso Hirsi Jamaa del 23 febbraio 2012, con la quale l’Italia è stata ritenuta colpevole di aver attuato delle espulsioni collettive dopo aver rispedito in Libia un barcone con a bordo 11 somali e 13 eritrei nel maggio del 2009.Sponsored3/5

Più di recente un’altra sentenza, questa volta del tribunale civile di Roma, ha stabilito che il nostro governo deve risarcire gli occupanti di un barcone rispedito nel Paese nordafricano nel giugno del 2009 e permettere ai migranti di chiedere asilo in Italia. Il 31 agosto scorso cinque eritrei che erano a bordo del barcone sono arrivati a Fiumicino proprio per attuare questa procedura.La sentenza a favore di Madrid

C’è però un altro pronunciamento della corte europea dei dirtti dell’uomo che potrebbe in qualche modo rovesciare la situazione a favore dell’Italia. Il 13 febbraio scorso infatti la corte di Strasburgo ha dato ragione alla Spagna in merito a un ricorso fatto da alcuni migranti respinti dalle autorità iberiche lungo le frontiere delle enclavi di Ceuta e Melilla.

Infatti, nella prima sentenza del febbraio 2012 l’Italia è stata condannata perché, secondo i giudici della corte europea, con le sue azioni Roma ha impedito a eventuali richiedenti asilo di poter presentare la domanda di protezionenel nostro Paese. In poche parole, seguendo il filo logico della decisione dei giudici di Strasburgo, un governo non può respingere imbarcazioni con a bordo persone che arrivano irregolarmente nel proprio territorio. E questo perché tra loro potrebbero esserci migranti in cerca di protezione.

Sulla base di questa impostazione giurisprudenziale, un gruppo di migranti respinti da Ceuta e Melilla ha presentato ricorso contro Madrid. La sentenza ha confermato quanto previsto nel pronunciamento contro l’Italia del 23 febbraio 2012, e cioè che in effetti i respingimenti collettivi sono equiparabili alle espulsione collettive e dunque vietati, ma ha aggiunto un dettaglio di non poco conto.

Infatti, la Spagna non è tenuta a risarcire i migranti in questione perché questi ultimi, secondo i giudici, potevano presentare le domande d’asilo nei consolati o nellerappresentanze diplomatiche spagnole presenti nei Paesi di origine. Non era quindi necessario raggiungere la frontiera e provare a entrare illegalmente in Spagna, bastava regolarmente andare in un edificio che ospita una rappresentanza diplomatica di Madrid.La lezione per l’Italia

A parlare di questo caso è stato il quotidiano La Verità. Nell’articolo è stato offerto uno spunto anche per il nostro Paese. Secondo la nostra attuale legislazione, in Italia non è possibile presentare domanda di asilo e protezione in una rappresentanza diplomatica all’estero. Al contrario, come prevede l’art. 6 del D.L.vo n. 25/2008, la presentazione può avvenire “solo presso la polizia di frontiera all’atto dell’ingresso del richiedente nel territorio nazionale ovvero presso la questura del luogo di dimora, in Italia, dello stesso richiedente”.

E allora, è il suggerimento che potrebbe far breccia in alcuni ambienti politici, basterebbe modificare la legislazione per evitare che l’Italia possa perdere in futuro altri ricorsi come quelli che hanno già penalizzato il nostro Paese. Occorrerebbe cioè dare la possibilità di presentare la richiesta di protezione nelle sedi diplomatiche per evitare sentenze come quelle del febbraio 2012.

Attualmente i respingimenti verso la Libia non sarebbero fattibili, sia perché la linea dell’attuale esecutivo giallorosso è molto lontana in tal senso e sia perché il Paese nordafricano non è considerato porto sicuro per via delle note vicende belliche. Tuttavia in ottica futura la sentenza a favore della Spagna potrebbe cambiare le cose, anche a riguardo di altre rotte come quella tunisina e algerina, dove eventuali respingimenti concordati con le autorità locali sarebbero verso Paesi non in guerra.

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