I MOTIVI DI QUESTO ESODO MIGRATORIO

La crisi politico-istituzionale tunisina è l’ennesima notizia funesta per la stabilità del Mediterraneo, soprattutto perché calata nel pozzo di un’impasse economica drammatica. E ora per l’Italia non è più possibile ignorare quanto sta succedendo al di là del Canale di Sicilia.

Che pesanti nubi nere stessero marciando minacciose verso la piccola Repubblica Tunisina – l’unico vero esperimento democratico in terra nordafricana – si vedeva a occhio nudo da mesi. Il neo-nominato primo ministro Hichem Mechichi, ottenuto l’incarico dal presidente Kaïs Saïed sabato scorso, ha un mese di tempo per comporre una nuova squadra di governo e ottenere l’approvazione del parlamento. Dietro di lui, le spoglie di altri due premier: Habib Jemli, uomo politico indipendente, ma vicino al partito islamista Ennahda (La rinascita, prima forza in parlamento), “bocciato” dall’emiciclo a metà gennaio; ed Elyes Fakhfakh, figura di spicco del partito socialdemocratico Ettakatol (acronimo del Forum democratico per il lavoro e le libertà, non rappresentato in parlamento), alla guida di un’eterogena e traballante coalizione per neanche cinque mesi. Il nuovo premier è stato titolare degli Interni nell’esecutivo Fakhfakh. A lui ora la missione impossibile di ricucire un progetto di salvezza nazionale fra i principali gruppi politici: gli islamisti di Ennahda, i populisti di Qalb Tounès, i progressisti social-liberali di Corrente democratica, gli islamisti conservatori di al-Karama (La dignità), i desturiani liberi (da Dustur, in arabo costituzione), i nazionalisti del Movimento del popolo. E le sigle liberali? Appunto. Alle urne legislative e presidenziali dell’autunno 2019, i cosiddetti modernisti liberali che, nel dopo rivoluzione, avevano preso le redini tunisine in tandem con gli islamisti di Ennahda, si sono sciolti come neve al sole della crisi economica e sociale, lasciata peggiorare colpevolmente.

Dal 2016 a oggi, non c’è governo tunisino che non snoccioli, più o meno, la medesima ricetta, fatta di sicurezza e attrazione di investimenti, controllo dei prezzi e lotta al contrabbando e alla corruzione, riforme strutturali, riduzione del deficit commerciale e protezione dell’economia nazionale, mobilitazione di risorse finanziarie aggiuntive, soluzione alla crisi del bacino minerario e ripresa della produzione dei fosfati. Finora, però, il taglio operato ai sussidi pubblici e la svalutazione del dinaro, richiesti dal Fondo monetario internazionale, non hanno smosso il clima economico. Piuttosto hanno peggiorato quello sociale. Il quadro a fine 2019, prima che il nuovo coronavirus congelasse le speranze di ripresa, era il seguente: crescita economica a quota 1 per cento, indebitamento oltre l’80 per cento del Pil, disoccupazione media del 15 per cento con punte del 40 nelle aree più disagiate, carovita oltre il 7. Fra capitale e periferie, costa urbanizzata e ventre agricolo (e vuoto) del Paese, la disparità non si riduce. Un mese fa, nuovi sit-in e marce di protesta sono andati in scena nella regione di Tataouine, quella per cui nel 2017 il governo aveva deciso di stanziare 27 milioni di euro l’anno: l’indignazione, nel meridione tunisino, va e viene da dieci anni. Evitare che qualcuno soffi su di essa per fare piombare nel caos la Tunisia conviene a tutti, in primis a noi italiani. Prima che un’altra dittatura militare o una nuova succursale del califfato metta radici sotto i nostri occhi.

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