IL CATTIVO POETA CON SERGIO CASTELLITTO

Sembra un vampiro. Calvo, curvo, chiuso nella penombra delle stanze del Vittoriale, Gabriele D’Annunzio non esce mai. È vecchio, stanco, e anche un po’ iroso. Lo riconosce lui stesso: “Ormai sono vecchio. E i vecchi amano solo la loro sopravvivenza. Per lo meno non sono gobbo come il recanatese”. Strano film, questo Il cattivo poeta, prodotto da Matteo Rovere e Andrea Paris e fotografato – anche stavolta in maniera magistrale – da Daniele Ciprì. Un po’ biopic, un po’ romanzo di formazione, un po’ spy story. Biopic perché la sceneggiatura ricostruisce con rigore storico-filologico, e avendo come location principale proprio il Vittoriale sul lago di Garda, gli ultimi anni della vita del poeta-vate, nel periodo in cui prende le distanze da Mussolini e dal fascismo a mano a mano che vede consolidarsi l’infame alleanza con quello che egli stesso definisce “il ridicolo nibelungo truccato da Charlot”. Il romanzo di formazione è invece quello del giovane federale bresciano Giovanni Comini, chiamato a Roma da Starace e incaricato di spiare da vicino il poeta per riferire a Roma ogni sua neventuale forma di dissenso dalle scelte del regime. Comini, fascista convinto ed entusiasta, comincia a frequentare il Vittoriale, entra in confidenza con D’Annunzio, è affascinato dal suo carisma e finisce per condividere la sua progressiva presa di distanza dalle scelte del Duce. Ma proprio l’iniziale motivazione del rapporto fra i due innesca il terzo registro che si intreccia nella sceneggiatura, quello spionistico: Il cattivo poeta pullula di spie, rapporti confidenziali, soffiate malevole, agenti segreti, possibili tradimenti e traditori variamente mascherati.

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