La custode dei peccati

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Di Simona Monaco

La custode dei peccati parla di esclusione, di superstizione, di potere. Ma soprattutto parla di corpo femminile come luogo politico: spazio su cui si depositano paure, colpe, credenze.

Al centro della narrazione c’è un dispositivo narrativo semplice e potentissimo: il peccato non viene perdonato, viene trasferito. La figura della mangiapeccati non è solo un espediente folklorico, ma una costruzione sociale: qualcuno deve assorbire ciò che la comunità non vuole più vedere.
Il romanzo lavora su questo, non si limita a raccontare una storia medievale o una parabola fantastica: mette in scena un sistema. Un sistema in cui la colpa diventa strumento di controllo.
May è il centro di questa architettura. Non è costruita per essere eroica.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura è controllata, quasi asciutta. Non cerca l’enfasi né l’effetto shock, pur muovendosi in territori disturbanti. È una scelta coerente: il romanzo non punta sull’impatto, ma sulla sedimentazione. Le immagini restano, non per spettacolarità, ma per densità simbolica.

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