LE MAFIE SI INSINUANO NELLE IMPRESE IN CRISI PER IL COVID

Le mani della mafia, che sempre più si fa impresa, su green e sanità. La pandemia da Covid-19 è stata, ed è, un’occasione ghiotta per la criminalità organizzata. Che riesce a insinuarsi tanto nei settori piegati dalla crisi – rilevando i ristoranti, ad esempio, sono 5mila secondo la Coldiretti quelli controllati dalle cosche – quanto in quelli che consentono maggiori guadagni in questo momento storico.

L’allarme è contenuto nelle 600 pagine della relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia, relativa ai primi 6 mesi del 2020. I rilievi fatti diventano quanto mai attuali ora che l’Italia si appresta a ricevere i soldi del Recovery Fund. ”È oltremodo probabile”, si legge nel documento che i clan tentino di intercettare i finanziamenti per le grandi opere e la riconversione alla green economy. Come? Lo schema per la Dia è chiaro: nel rapporto si parla di

”propensione per gli affari che passa attraverso una mimetizzazione attuata mediante il “volto pulito” di imprenditori e liberi professionisti attraverso i quali la mafia si presenta alla pubblica amministrazione adottando una modalità d’azione silente che non desta allarme sociale”.

Proprio per evitare che una parte dei 209 miliardi destinati al nostro Paese possa, in vario modo, finire nelle mani della criminalità – in un momento in cui peraltro sarà necessario accelerare gli investimenti e sburocratizzare il sistema, riducendo probabilmente alcuni passaggi – la Dia suggerisce una misura. Un controllo preventivo, da parte del prefetto, non sulle imprese – perché gli eventuali stop ritarderebbero le opere – ma sugli appalti. 

Controlli sì, ma senza bloccare le opere: la proposta di Vallone

“Uno dei grandi problemi delle interdittive antimafia – ha spiegato il direttore della Dia Maurizio Vallone – sta nel fatto che se l’impresa viene esclusa dall’appalto, o si aspettano le decisioni dei tribunali amministrativi, ritardano di anni la realizzazione delle opere, una scelta grave e che lo sarebbe ancora di più in una situazione di pandemia, oppure si assegna la gara alla seconda classificata, aprendo però la strada a contenziosi milionari se la ditta esclusa dovesse vincere”. Da qui la proposta: “Sulla base del 34 bis (del codice antimafia, ndr), quando un tribunale ritiene che ci siano elementi da approfondire – spiega ancora Vallone – anziché interdire la ditta, si stabilisce un controllo giudiziario per sei mesi nei quali l’impresa continua ad esercitare nel pieno delle sue funzioni, ma deve rendere conto al delegato del tribunale di ogni sua operazione. Invece, in via amministrativa, per similitudine, il prefetto potrebbe rilasciare la certificazione antimafia operando, però, un controllo su tutto l’appalto, conto corrente unico, elenco fornitori e subappaltatori. Il controllo termina alla conclusione dell’appalto”. Così facendo “lo Stato ha la sicurezza del controllo dell’appalto, un controllo leggero e non invasivo. Ma se dobbiamo velocizzare le procedure non possiamo tenere bloccati gli appalti, servono strumenti veloci e speditivi ma che garantiscono l’impermeabilità dell’appalto a fronte degli appetiti criminali”.

Meno attività illecite “ordinarie”, più corruzione

Nella prima parte del 2020, con l’Italia ferma, chiusa e piegata dalla pandemia, è cambiata anche l’attività delle mafie. Durante il lockdown la criminalità organizzata ha continuato ad agire sottotraccia, con un calo delle “attività criminali di primo livello” (traffico di droga, estorsioni, ricettazione, rapine), ma  con un aumento al Nord ed al Centro dei casi di riciclaggio e, al Sud, di casi di scambio elettorale politico-mafioso e di corruzione. Stabile l’usura, fattore sintomatico di una pressione “indiretta” comunque esercitata sul territorio. Si tratta, segnala la Dia, “di segnali embrionali che, però, impongono alle Istituzioni di tenere alta l’attenzione soprattutto sulle possibili infiltrazioni negli Enti locali e sulle ingenti risorse destinate al rilancio dell’economia del Paese”. Sono cresciute anche le segnalazioni di operazioni sospette (Sos) pervenute alla Direzione rispetto allo stesso periodo del 2019. Un dato, viene sottolineato, “indicativo se si considera il blocco delle attività commerciali e produttive determinato dall’emergenza Covid della scorsa primavera”.

La grande disponibilità di denaro da reinvestire in attività lecite consente alle mafie di proporre forme di assistenzialismo a privati e imprese in difficoltà, con il rischio che le attività imprenditoriali medio-piccole “possano essere fagocitate nel medio tempo dalla criminalità, diventando strumento per riciclare e reimpiegare capitali illeciti”. Diventa quindi fondamentale, si legge nella Relazione, “intercettare i segnali con i quali le organizzazioni mafiose punteranno, da un lato, a ‘rilevare’ le imprese in difficoltà finanziaria, esercitando il welfare criminale ed avvalendosi dei capitali illecitamente conseguiti mediante i classici traffici illegali; dall’altro, a drenare le risorse che verranno stanziate per il rilancio del Paese”.

La mafia che sempre più si fa impresa, dicevamo. Ed ecco che da Nord a Sud la strategia della criminalità organizzata sembra essere, in questo periodo ancor più che altri, collegata alla capacità di operare in forma imprenditoriale. Per rapportarsi sia con la Pubblica Amministrazione, sia con i privati. Nel primo caso per acquisire appalti e commesse pubbliche, nel secondo per rafforzare la propria presenza in determinati settori economici scardinando o rilevando imprese concorrenti o in difficoltà finanziaria.

’Ndrangheta silente ma viva. Non più impenetrabile, crescono i collaboratori

È tra le organizzazioni criminali più potenti del mondo, leader nel traffico degli stupefacenti, ma non è più “monolitica” e “impermeabile” alla collaborazione con lo Stato come un tempo. Così la Dia descrive la ’ndrangheta. “Seppure leader nel traffico internazionale di stupefacenti – si legge nel rapporto – non appare più così monolitica ed impermeabile a fenomeni quali la collaborazione con la giustizia di affiliati e di imprenditori e commercianti sino a ieri costretti all’omertà dal timore che l’organizzazione mafiosa imponeva loro”. L’analisi delle risultanze

investigative e giudiziarie nella prima metà del 2020 “restituisce, ancora una volta, l’immagine di una ‘ndrangheta silente, ma più che mai viva nella sua vocazione affaristica, tesa a farsi impresa”. La Dia sottolinea il rischio che le ‘ndrine si pongano “quale welfare alternativo, sostituendosi alle istituzioni con forme di assistenzialismo, forte della capillare presenza nel territorio e della notevole disponibilità economica, a ‘beneficio’ sia del singolo cittadino in stato di necessità, sia dei grandi soggetti economici in sofferenza e in cerca di credito più dinamico rispetto ai circuiti ordinari. Salvo poi presentare il conto alle imprese beneficiarie del sostentamento mafioso”.

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