L’INCAPACITÀ DEL GOVERNO NELL’AFFRONTARE LA PANDEMIA

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Il 27 gennaio, quattro giorni prima che il governo decretasse lo stato di emergenza, il premier Giuseppe Conte, ospite di Lilli Gruber, si disse “prontissimo” ad affrontare un’eventuale pandemia da Covid. E del resto, fino a quel momento, i più stimati virologi non avevano fornito ampie rassicurazioni sulla reale diffusione del virus? Tutto sembrava sotto controllo. Invece.

Dieci mesi dopo è possibile stilare un primo bilancio su come se l’è cavata il Paese? Due firme di Repubblica, Marco Mensurati e Fabio Tonacci, che hanno seguito la vicenda sin dall’inizio, sostengono che non siamo stati così bravi come vuole la retorica governativa. I 36mila morti sono lì a ricordarcelo. E per suffragare la loro tesi hanno impietosamente messo in fila tutti gli errori, le incongruenze, i passi falsi: ecco allora “l’inchiesta definitiva della classe dirigente che non ha saputo gestire la crisi del Covid”. E l’hanno titolata Scimmie al volante (Bur Rizzoli), per descrivere così la qualità dei nostri governanti.

Si perse tempo prezioso, per cominciare. Ancora il 12 febbraio, invece che attivare misure di protezione o scovare posti letto nelle terapie intensive, il governo si premurò di omaggiare la Cina con diciotto tonnellate di mascherine. In quel momento il piano pandemico, stilato nel 2006, ammuffiva in un cassetto ministeriale. “Il punto è – scrivono i due autori – che i politici hanno pensato più alle timeline di Twitter che ad affrontare la pandemia”.

Va detto, ad onore del vero, che ancora adesso è difficile fare i conti con il virus. La sua imprevedibilità disorienta, e pone enormi problemi di gestione. E l’Italia – passato lo tsunami iniziale – se l’è cavata meglio rispetto ad altri paesi. Ma il buon giornalismo serve anche ad evitare il ripetersi degli errori, e in ciò sta l’utilità di questa inchiesta: nel mettere agli atti le cose che non hanno funzionato. A cominciare dalla circolare con cui si prescrivevano i tamponi solo a chi era venuto in contatto con persone provenienti dalla Cina, e che portò a ritardare di molti giorni la scoperta del paziente zero a Codogno.

Gli unici ad uscirne bene sono i ministri Speranza e Lamorgese, perché “la pandemia in Italia è stata trattata, dal punto di vista della comunicazione, come una campagna elettorale e non come un’emergenza”. Esempi di questa emotività sono la puntata a Milano del segretario Pd Nicola Zingaretti per dire “stop alla paura”, o lo spot lanciato dal sindaco Giuseppe Sala (“Milano non si ferma!”), mentre c’erano già 650 persone contagiate, 17 morti, 248 ricoverati. Un capitolo impietoso è dedicato a Domenico Arcuri, il commissario che doveva reperire le mascherine che non arrivavano a dispetto degli annunci, e nel libro viene spiegato, punto per punto, perché ha torto quando afferma che “siamo stati straordinari”. Fa poi impressione lo zig-zag di Matteo Salvini. Prima propose di blindare i confini, poi salì al Colle per invocare di far ripartire l’Italia, e infine disse che bisognava trasformarla in una zona rossa. Il 16 marzo, in pieno lockdown, fu quindi sorpreso con la fidanzata Francesca Verdini a passeggiare per le vie di Roma. A fine luglio partecipò senza mascherina a un convegno di negazionisti al Senato.

Il decadimento delle nostre classi dirigenti viene da lontano. Basta vedere com’è stata trattata la sanità. In Lombardia, dove parcheggiarono i contagiati nelle Rsa, avevano 8,5 posti letto ogni 100mila abitanti. Denuncia il fondatore del Censis Giuseppe De Rita, nella densa intervista che chiude il lavoro di Mensurati e Tonacci: la pandemia è piombata su “una categoria senza storia, improvvisata e paradossalmente senza potere reale”.

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