Nathalie Biancheri, in Wolf la lotta per la propria identità
Dramma distopico con Lily-Rose Depp su Prime Video dal 3 agosto
Foto per Wolf Dalla Bbaldini senza altre info..
Non riconoscersi nel proprio corpo di umano ma in quello di un animale: una rara forma di disforia di specie, vissuta con diversi gradi di intensità (da chi riproduce solo qualche connotazione del comportamento dell’animale scelto a chi vorrebbe assumerne lo stile di vita) che la regista italiana di casa in Gran Bretagna Nathalie Biancheri ha usato come fonte di ispirazione per la sua opera seconda, Wolf, dramma/thriller con toni distopici sulla ricerca e la difesa dell’identità anche di fronte a una repressione violenta.
Ne sono protagonisti Lily-Rose Depp (figlia di Johnny Depp e Vanessa Paradis) e George MacKay (1917) in un cast che comprende Paddy Considine, Eileen Walsh, Fionn O’Shea e Lola Petticrew.
Il film, che ha debuttato nel 2021 al Toronto Film Festival, è già uscito negli Usa con Focus Features e arriverà dal 3 agosto su Prime Video. “Ho letto sul tema un articolo nel quale una donna raccontava il suo identificarsi in un gatto. Mi ha subito appassionato – spiega all’ANSA Nathalie Biancheri -. Non volevo però girare un documentario e restare troppo vicino alla realtà, ma usarla come punto di partenza per esplorare il tema dell’identità”. Così, in un mondo in cui questa disforia di specie è molto più diffusa di quanto sia realmente, conosciamo Jacob (MacKay), che dopo l’ennesimo ‘incidente’ causato dal suo sentirsi un lupo, viene mandato in un’elegante clinica specializzata nel curare i ragazzi attraverso una brutale e spietata conversion therapy. La applica il direttore dell’istituto, il dott. Mann, chiamato anche ‘guardiano dello zoo’ (Paddy Considine) sui giovani pazienti convinti di essere animali, da Rufus che si identifica in un pastore tedesco a Judith che si comporta come un pappagallo. Qui Jacob, che vive la sua condizione come una condanna, conosce Celine (Depp, ndr) che si identifica in un gatto selvatico. Uno dei temi principali della storia “è la difesa dell’identità anche di fronte a chi usi forme di repressione per negarla – aggiunge la regista -. Parlo però anche del bisogno di senso di appartenenza, in un mondo che ci dà sempre più possibilità di definirci, ma nel quale i giovani spesso sono sempre più soli”.
