Nel gioco del rap italiano alla fine vince sempre Marracash
Gli altri arrancano, sono cosplayer che fanno rime idiote, sono ostaggi del content. Marra con ‘Noi, loro, gli altri’ fa un disco di una lucidità e di una maturità spaventosa.
Fra trent’anni, citeremo Noi, loro, gli altri come oggi si cita Fabrizio De André. Sì. Molto semplice. Lo mettiamo qui nero su bianco. Citeremo Fabio Bartolo Rizzo, in arte Marracash, come quell’artista capace di narrare in forma poetica e letteraria le fragilità, anche le più losche, dell’uomo, così come le storture e le ipocrisie della società. Non ci sarà nessun dubbio: nessuno lo faceva così letterariamente bene come lui, nel secondo decennio degli anni 2000. Saranno d’accordo un po’ tutti. Poi ci sarà chi preferirà Vasco (Fibra?), chi Ligabue (Guè, che però è anche un Baglioni sboccato), chi Carboni (Sfera, anche se gli stiamo facendo un favore a paragonarlo a Carboni); chi preferirà le canzonette e le robe sceme, le stupidere, i cosplayer; ma sta di fatto che esattamente come succede oggi con Faber, Marra metterà tutti d’accordo, nel 2050. O forse anche già nel 2030, tanto per citare gli Articolo 31.
Se qualcuno si offenderà per questo accostare De André a Marracash, boh, peggio per lui. I tempi cambiano, i santini si logorano, le madonne pellegrine si bagnano; e c’è bisogno – ne abbiamo tutti bisogno, sì – di un ricambio generazionale. Ciò che non deve mancare è l’attitudine, è l’amore per l’arte. A Marracash, non mancano. Al Marracash 2.0: quello che con Persona due anni fa ha fatto un salto in avanti siderale, maturando tantissimo come persona e di conseguenza come artista, non mancano. Ora, sia chiaro: non siamo scemi. Le similitudini prettamente musicali e stilistiche tra De André e ‘sto rapper della Barona oggi famoso stanno a zero, questo è indiscutibile. No: non c’è nessun filo che li possa legare, non c’è nessun aggancio “colto” fra i due, e se Marra cita in questo disco la musica italiana – lo fa tanto – vira di più sugli anni ’80, sul disco funk prono al pop, su quel “modernariato da radio FM d’antan” che in un’epoca di retromania pare una scimmia che non riesci a toglierti dalle spalle (e ti arriva addirittura a far riciclare, senza nemmeno intenti ironici, Infinity di Guru Josh: che italiano non è, ma modernariato da FM lo è di sicuro). E se ci sono dei richiami ricercati in De André se li gestiva Mauro Pagani coi suoi ricami etnomusicologici, in Marra si va invece un po’ sul grossolano, infilando (peraltro con gusto e con un twist interessante) Pavarotti e il Nessun dorma.
Ma detto questo, Noi, loro, gli altri è un disco di una maturità nei testi spaventosa. Spaventosa. È il disco di una persona che analizza la realtà abbattendo completamente ogni striatura di ipocrisia, in un modo così lineare e naturale che quasi fa paura. È il disco dove, come non succedeva da tempo, il testo di un brano si fa letteratura di alto, altissimo livello: vi sfidiamo a trovare un brano più bello di Noi, sotto questo punto di vista. Il rapper medio, oggi, si sente contento se riesce a fare un brano narrativo con un senso e uno sviluppo (invece di ripetere a blocchi frasi smozzicate, lampi d’immagine e modi di dire, che è diventato un po’ lo standard), gli pare già una gran cosa; Marra parte da questo standard e, in questo pezzo, va centomila volte più in alto. Così come va in alto quando nel brano d’apertura Loro cita Mark Fisher (“Riesci a immaginare più la fine del mondo, sì / Che la fine della differenza sociale”), o quando in Dubbi si abbandona ad una confessione di sé intima, lucida, appuntita.
Del precedente Persona è rimasta traccia in Nemesi (ma il feat con Blanco era evitabile, pare più una paraculata voluta dalla casa discografica stile “fai le cose col ragazzino del momento così prendiamo anche quella fascia lì”, anche se magari non lo è, anche se a Marra Blanco probabilmente piace davvero), per il resto si sposta davvero il piano d’analisi rispetto al lavoro di due anni fa. E nel farlo, si crea tra l’altro la canzone de-fi-ni-ti-va di questi anni: Cosplayer. Sì. Cosplayer è la cronaca perfetta di cosa stiamo attraversando, delle scemenze che stiamo blandendo, delle ipocrisie di cui ci stiamo nutrendo. Immagini fulminanti, come “La popstar con gli occhi lucidi per il decreto / Vade retro, ritorna dal tuo creator” (ciao Fedez!), oppure “Fa una diretta in centro, prende pure le botte / Se ne torna a casa contento, che ha portato a casa il content”, ma soprattutto una chiusa finale quasi dolorosa nella sua intelligenza e lucidità: “Oggi che tutti lottiamo per difendere le nostre identità, abbiamo perso di vista quella collettiva. L’abbiamo frammentata. Noi, loro, gli altri. Noi, loro, gli altri. Persone”.
Tutto perfetto, tutto bellissimo? Anche no. Di Blanco che mah, abbiamo già detto. Della fascinazione per Luca Bergomi aka Dumbo Gets Mad diciamo che ogni tanto funziona (negli skit exotica, nelle citazioni retromaniache in coda a Gli altri), ma ogni tanto il risultato è bruttino forte: sì, perché Laurea ad honorem con Calcutta pare una canzone scartata da Mahmood perché non abbastanza incisiva e pure un po’ cringe, sì, insomma, fa abbastanza schifo, è di gran lunga il momento meno convincente dell’album. Così come un altro featuring sulla carta sbanca-tutto, quello inevitabile con Guè, vede quest’ultimo partire stilosissimo ma terminare arrancando un po’, come se avesse finito le idee e il flow, ma il pezzo andasse consegnato comunque. L’unico intervento esterno nell’album che convince al 100% è quello – a sorpresa, non annunciato, non in elenco – di Fibra, che in uno skit parlato di meno di un minuto riassume in modo molto arguto il senso intero di questo album. Great minds think alike. Le colonie di fan del rap ventenni che hanno occupato militarmente il web in questi giorni per chiedere “A quando una collaborazione tra Fibra e Marra? Eh? Eh?” sono servite, ammesso e non concesso se ne accorgano. (Rollingstones.it)
