ORA ANCHE NEL PD C’È QUALCUNO CHE DICE NO ALLE CHIUSURE

Non solo chiusura di bar, ristoranti, teatri, musei, contro i contagi da Covid-19. Ma anche una strategia di aperture, in sicurezza, per garantire un graduale ritorno alla normalità. Nel Partito democratico c’è vita oltre la linea di Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali, che nel governo porta il verbo chiusurista del Pd. Una posizione che è stata fatta proprio dall’ex segretario Nicola Zingaretti e che ha trovato in Enrico Letta un perfetto erede. Eppure tra i dem c’è chi dice “no” alle restrizioni come unica panacea anti-pandemia. E non lo dice da ora, nonostante il rischio di essere accusato di intelligenze con il nemico, come è accaduto spesso al presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, primo tra tutti a chiedere la possibilità di far entrare gli spettatori negli stadi fin dalla scorsa estate.

Qualche settimana fa ha detto di ritenere “ragionevole” la proposta di riaprire i ristoranti di sera, laddove i contagi fossero sotto controllo. Un’idea che ha affrontato il fuoco di fila dei dirigenti dem, secondo cui la proposta ha una matrice troppo salviniana per essere accettata. Nelle ultime ore, Bonaccini è tornato a parlare di “parziali riaperture”, sfidando il totem dem delle chiusure. Il numero uno dell’Emilia-Romagna si è soffermato sui luoghi della cultura, su tutti teatri e cinema, che rientrano nelle competenze di Franceschini, uomo forte dei dem al governo. Ma soprattutto tema sensibile per l’elettorato di centrosinistra.Da Marcucci a Orfini, la richiesta di riaperture

Anche l’ex capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, ha da tempo messo nero su bianco le sue intenzioni: “Bisogna lavorare per accordi che consentano parziali riaperture”. Oltre ai luoghi della cultura, secondo il pensiero del senatore dem, c’è la necessità di far tirare su la saracinesca anche a bar e ristoranti. La consapevolezza è che le chiusure prolungate stanno mettendo in ginocchio i titolari di queste attività. Il deputato ed ex presidente del partito, Matteo Orfini, è stato tra i pochi, già durante la prima ondata, a chiedere di progettare le riaperture, pensando a forme di “finanziamento” da destinare, per esempio, al settore degli spettacoli dal vivo. “Non in streaming, ma dal vivo e in piena sicurezza”, sottolineava l’esponente dem.

E proprio Left wing, l’area che fa riferimento a Orfini, ha preparato un documento ad hoc per pianidicare un ritorno alla normalità. Il dossier suggerisce “di intervenire a monte, prima cioè che riparta la spirale dei contagi e delle restrizioni, dotandoci di strumenti all’avanguardia”. Con tanto di riferimento a un approccio “laico” alla pandemia, senza dogmi chiusuristi. Dunque, non solo restrizioni, ma anche uno sguardo all’economia. La richiesta, nel dettaglio, è quella di “mettere in campo un modello italiano di prevenzione e sorveglianza che ci consenta non solo di agire tempestivamente in presenza di un incremento dell’indice di contagio, ma di intervenire a monte”.

Quindi un’azione che possa evitare “che riparta la spirale dei contagi e delle restrizioni, dotandoci di strumenti all’avanguardia, come il Paese ha già dimostrato di saper fare negli anni in cui ha sconfitto la malaria”. “Solo così – si legge nel testo degli orfiniani – potremo spezzare finalmente quel tragico circolo vizioso in cui siamo imprigionati da mesi, proteggendo a un tempo la salute e l’economia. Per farlo, però, occorre anzitutto un approccio laico e pragmatico, capace di mettere a confronto le diverse esperienze e di imparare dai propri (e altrui) errori”. Parole che non sono state scritte da un leghista, ma da una pattuglia di esponenti dem.Sdoppiamento Zingaretti

Fin qui le posizioni “dissidenti”, espresse pubblicamente, rispetto alla linea ufficiale del Pd. C’è chi, però, preferisce esprimersi a taccuini chiusi. “La tutela della salute resta fondamentale, chiaro”, spiega un parlamentare dem, dai trascorsi di renziano di ferro. “Ma – è il suo ragionamento – non possiamo ignorare le richieste delle Partite iva e più in generale dei lavoratori, solo perché lo chiede Salvini o lo propone Renzi”. E addirittura arriva un riconoscimento a Zingaretti: “La Regione Lazio ha fatto un buon lavoro sulla pandemia. Ma Zingaretti, da governatore, ha lasciato aperto quando ha potuto, ha cercato di evitare le chiusure. In sintesi ha avuto posizioni ragionevoli rispetto a un De Luca, che chiude parchi e piazze tanto per fare qualcosa. Da segretario, però, Zingaretti ha assunto posizioni ben diverse sul tema”.

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