QUEL TERREMOTO CHE FU PERCEPITO DA QUASI TUTTA ITALIA

La sera del 23 novembre 1982 una lunga scossa di terremoto seminò morte e distruzione nelle aree interne della Campania e della Basilicata.

La scossa

Alle 19:34:53 di una domenica insolitamente calda la terra tremò per 90 secondi, con ipocentro a 15 chilometri di profondità; la magnitudo registrata dai sismografi era di 6,9, e l’onda si propagò in un’area che si estendeva per 17mila chilometri quadrati, dall’Irpinia al Vulture. Tre ‘sub eventi’ nell’arco di meno un di un minuto, dirà poi la ricerca scientifica, ruppero in successione tre segmenti di faglia adiacenti.

La scossa fu percepita da quasi tutta l’Italia peninsulare, ed ebbe i suoi massimi effetti distruttivi in 6 paesi: Conza della Campania, Lioni e Sant’Angelo dei Lombardi, nell’Irpinia; Castelnuovo di Conza, Laviano e Santomenna, nel Salernitano. Distruzioni estese, pari al 50% del costruito, in 9 comuni, 7 in provincia di Avellino e 2 in provincia di Potenza. In 490 comuni, il terremoto causò crolli, danni  e gravi lesioni. In totale, in Irpinia furono 119 i comuni colpiti, facendone la provincia più devastata. A Napoli crollò solo un edificio nel quartiere di Poggioreale di 9 piani abitato da 20 famiglie e, un mese dopo, una porzione dell’Albergo dei poveri borbonico che i tecnici avevano già periziato come agibile.

Le vittime

Le vittime di quella notte di scosse e paura furono 2.735, e i feriti 8.848. Un bilancio cui vanno aggiunti circa 394mila sfollati. Non esisteva all’epoca un unico centro di raccolta ed elaborazione dati neppure all’Ingv, ma solo una galassia di osservatori e stazioni Ingv, cui aggiungere i centri degli atenei,  per cui non si riuscirono da subito a fornire notizie precise e tempestive.

Due decreti legge, ad aprile e maggio del 1981, definirono l’area danneggiata, e poi la legge 219/81. Alla fine i comuni dichiarati disastrati furono 37, 314 i gravemente danneggiati e 336 danneggiati, per un totale di comuni interessati dal sisma pari a 687.

Il fabbisogno finanziario

Per individuare il concreto fabbisogno finanziario, la legge 80 del 1984 pose come limite il 31 marzo 1984 per presentare le istanze di accesso ai benefici previsti già nella legge 219, corredate da progetto tecnico e perizia giurata. Alla fine le risorse necessarie per l’edilizia privata ammontavano a 15.500 miliardi di lire, quelle per le opere pubbliche a 4.500 miliardi, per un totale di 20.000 miliardi di lire. Quattro anni dopo, al 30 novembre, il fabbisogno era più che raddoppiato: per l’edilizia privata erano necessari 29.674 miliardi di lire, 12.000 miliardi di lire per le opere pubbliche, per un totale di 41.634 miliardi di lire.

Il capitolo dello sviluppo legato all’articolo 32 di quella legge mostra cifre ancora più grandi: per le infrastrutture servivano 800 miliardi di lire; 1.257 miliardi di lire erano i contributi da dare alle aziende che si andavano di insediare con i bonus previsti dalla legge nelle aree del cratere; per 206 km di infrastrutture stradali servivano altri 1.279 miliardi di lire; per 171 km di infrastrutture idriche da rifare o fare ex novo, 172 miliardi di lire; per 455 km di infrastrutture elettriche, 43,4 miliardi di lire; per altre infrastrutture 112 miliardi di lire. Poi c’erano le concessioni in favore di imprese danneggiate, un contributo del 75% per la spesa necessaria a ripristinarle, con 1016 domande presentate, più della metà delle quali, 579 per la precisione, ammesse a contributo; per questo servivano 1.670 miliardi di lire.

L’ultima finanziaria che ha previsto fondi sulla legge 219/81 è quella del 1988 e metteva risorse per 29.450 miliardi di lire, cui si dovevano aggiungere 13.500 miliardi per Napoli, per una spesa totale di 42.950 miliardi. Di questi, alla provincia di Avellino erano destinati 6.400 miliardi. Complessivamente, la spesa dello Stato per la ricostruzione è arrivata a 57 miliardi di lire.

Gli aiuti

I soccorsi impegnarono 50mila unità militari, e il numero dei volontari non è mai stato quantificato. Per sistemare i senza tetto, si utilizzarono 32mila roulotte; scuole ed edifici pubblici da cui si ricavarono 27mila posti letto; 2.018 prefabbricati leggeri e 626 containers. Dieci anni dopo, nella sola provincia di Avellino, oltre 2.500 container erano ancora abitati.

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