RENZI E I SUOI PRODI PRONTI A BUTTAR GIÙ IL CONTE

Italian former Prime Minister and and former Democratic Party (PD) Secretary, Matteo Renzi, attends the Raiuno Italian program 'Porta a porta' conducted by Italian journalist Bruno Vespa in Rome, Italy, 17 September 2019. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Il destino del governo appeso al voto di 17 senatori renziani (e di alcuni ‘peones’ del Misto). È la fotografia, a due giorni dal voto sulle mozioni di sfiducia presentate dal centrodestra e da Emma Bonino nei confronti del Guardasigilli Alfonso Bonafede, che immortala la situazione dei numeri al Senato. Se, infatti, i senatori di Italia viva voteranno a favore della sfiducia, il ministro pentastellato della Giustizia avrebbe pochissimi (pari allo zero) margini per spuntarla, anche se le restanti forze della maggioranza si dovessero presentare compatte all’appuntamento di mercoledì.

Uno scenario analogo si prospetterebbe anche nel caso in cui i 17 renziani dovessero non sostenere la mozione delle opposizioni e convergere invece sul testo a prima firma Bonino. In quel caso, se il centrodestra decidesse di votare a favore della mozione della senatrice di +Europa, il risultato non cambierebbe: Bonafede sarebbe comunque costretto a lasciare il governo.

I numeri a palazzo Madama, del resto, parlano chiaro: Italia viva è determinante per l’esito della votazione, diventando l’ago della bilancia delle sorti del ministro della Giustizia e, di conseguenza, dello stesso governo. E a poco servirebbe, sempre sul fronte dei numeri, la ‘chiamata alle armi’ di tutti i senatori non ufficialmente schierati con la maggioranza, come gli ex M5s, o i non iscritti a nessuna componente.

Il pallottoliere non offre chance: Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, con i 17 senatori renziani, arriverebbero a toccare quota 157, mentre la maggioranza orfana di Iv si fermerebbe a quota 144.

Come ormai succede spesso nelle ultime legislature, i riflettori sono puntati sul Senato: mercoledì mattina si svolgerà l’illustrazione delle due mozioni di sfiducia. Dopodiché Bonafede potrà intervenire in replica. Seguiranno le dichiarazioni di voto e si procederà quindi con due diverse votazioni, per chiamata (ovvero per appello nominale).

Dopo le prime settimane di emergenza coronavirus, con le presenze dimezzate, l’Aula del Senato è tornata praticamente al suo plenum. Dunque, almeno sulla carta, si può ragionare su previsioni fatte sulla base della consistenza effettiva dei diversi gruppi. La maggioranza, dal punto di vista numerico, può contare su 96 senatori M5s, 35 del Pd, 17 di Iv, 5 di Leu, 2 del Maie e normalmente 6 del gruppo delle Autonomie (anche se Casini non ha sciolto la riserva, ascolterà le parole del Guardasigilli), per un totale di 161, pari alla maggioranza assoluta.

Se i renziani dovessero sfilarsi e votare a favore della sfiducia a Bonafede, i numeri della maggioranza scenderebbero a 144. A questi potrebbero aggiungersi però i voti di singoli senatori: Sandro Ruotolo, 8 ex M5s (ma non Paragone, visto che preferirebbe che il governo andasse a casa), l’ex dem Tommaso Cernoe, se presente, l’ex premier Mario Monti, per un totale di 155.

Il centrodestra, nel suo perimetro ufficiale, può contare su 140 voti (61 Forza Italia, 18 FdI e 61 Lega). Con i 17 senatori renziani salirebbero a 157. A questi numeri, però, potrebbero aggiungersi i voti di Bonino e l’ex dem Matteo Richetti, ora Azione, che ha sottoscritto la mozione della senatrice radicale di +Europa, più un paio di senatori del Misto, per un totale di circa 159-161 voti.

Tirando le somme, oltre ai renziani, rischiano di diventare determinanti nel voto sulla mozione di Bonino i singoli voti di alcuni sentori del Misto, in aggiunta all’atteggiamento del centrodestra nei confronti della mozione di Bonino: sostenerla o meno? Nella maggioranza, però, si è propensi a ritenere che mercoledì non accadrà nulla: “È solo l’ennesimo escamotage renziano per alzare l’asticella e avere i riflettori puntati”.

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