Slalom di Bormio: il crollo emotivo di un talento di 25 anni

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Di Giacomo Scheletro

Lo slalom è una disciplina crudele: un attimo prima sei in controllo, un attimo dopo un palo sbagliato ti cancella. E in un contesto come le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, l’errore non è solo tecnico: è simbolico. È l’oro che svanisce davanti al mondo. A Bormio, nella seconda manche, McGrath è in testa, questo dettaglio è fondamentale: non stava recuperando, non stava difendendosi, stava vincendo.
L’“inforcata” in quel punto non è solo un errore tecnico è la rottura di una traiettoria perfetta.

Quest’immagine è potente perché è antica: un uomo solo nella neve, senza podio, senza bandiere, senza rumore.
C’è qualcosa di profondamente dignitoso nel piangere lontano dalle telecamere. Non è una resa, è un modo per non lasciare che il dolore diventi spettacolo.

Ha lanciato i bastoncini, non è gesto di infantilità. È scarica nervosa, il corpo deve espellere l’adrenalina che non trova più uno sbocco agonistico. In pochi secondi passi dalla concentrazione assoluta alla frustrazione totale. È uno shock fisiologico prima ancora che emotivo. I tecnici svizzeri che ti esultano in faccia, nello sport l’esultanza è legittima. Ma per chi ha appena perso tutto, ogni suono si amplifica.  Non diamo per scontato che un professionista debba saper perdere con compostezza, che a 25 anni si sia già emotivamente impermeabili, che chi è privilegiato (Olimpiadi, sponsor, visibilità) non abbia diritto a crollare. A 25 anni una sconfitta così sembra definitiva. Ma nello sci alpino la carriera è lunga, il fatto che abbia cercato un luogo per piangere in silenzio, lontano da telecamere e giornalisti, suggerisce una cosa molto semplice e molto sana:
non ha smesso di sentire.
E finché un atleta sente così tanto, non ha finito di lottare.

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