Zheng, il nuovo… Michael Chang

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Nonostante l’innegabile crescita del loro movimento, con alcuni nomi di sicuro interesse (e avvenire, come Juncheng Shang), c’è il rischio che la Cina del tennis debba rimpiangere un figlio di expats. Negli ultimi due mesi, infatti, si è accesa la stella di Michael Zheng, 21enne nato in New Jersey ma figlio di cinesi. Poco prima che nascesse, il 27 gennaio 2004, i genitori Joe e Mei si trasferirono negli USA per consentire a lui di prendere un dottorato di ricerca in fisica. Poi è arrivato il boom tecnologico, così entrambi si sono dedicati all’informatica. Non appena arrivato in America, Joe si è appassionato al tennis ed è stato naturale seguire la carriera del figlio, nella speranza che giocasse come il suo idolo di sempre, Roger Federer. Da parte sua, Michael si è dedicato al percorso universitario e si è subito distinto come uno dei migliori. E il papà non sarà tanto felice nel sapere che il suo tecnico presso la Columbia University (Howard Endelman) lo abbia paragonato ai giocatori spagnoli, cresciuti sulla terra rossa e interpreti di un gioco aggressivo da fondocampo.

Lo scorso anno ha vinto il titolo NCAA (primo giocatore della sua franchigia dopo un digiuno di 118 anni): purtroppo per lui, proprio dal 2024 il torneo è stato spostato in autunno e non offre più una wild card per lo US Open. Tuttavia, quest’anno ha fatto il botto nel circuito professionistico, vincendo gli ultimi tre Challenger a cui ha preso parte: Chicago, Columbus e Tiburon. In mezzo, la sola sconfitta contro Jerome Kym alle qualificazioni dello US Open. Questi risultati lo hanno condotto tra i top-200 ATP e ne hanno cambiato le prospettive. Tra l’altro, ha potuto giocare il primo di questi tornei grazie all’ATP Next Gen Accelerator, un programma che garantisce alcuni posti nei Challenger ai migliori giocatori del sistema universitario americano. “È molto utile, perché offre un grande incentivo per intraprendere il percorso universitario. In effetti è un bel vantaggio per la parte iniziale della carriera, perché è una grande fatica passare dai tornei ITF, nei quali ci sono sempre buoni giocatori e si può perdere in qualsiasi momento. Se hai un buon risultato come è capitato a me a Chicago, ti costruisci una classifica per entrare direttamente nei Challenger”.

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