Addio a Jean Paul Belmondo, leggenda del cinema francese

Jean Paul Belmondo, tra i più popolari attori francesi, è morto oggi all’età di 88 anni.

Jean Paul Belmondo, icona del cinema francese, red del box office nel suo paese tra gli anni 60 e 80, è morto oggi all’età di 88 anni.
Belmondo era nato il 9 aprile del 1933 a Neuilly-sur-Seine, elegante sobborgo di Parigi, figlio dello scultore Paul Belmondo e della pittrice Sarah Rainaud-Richard.

A 19 anni, nel 1952, venne ammesso al Conservatoire national supérieur d’art dramatique, dove fa amicizia con altri tre futuri grandi del cinema e del teatro francese Jean Rochefort, Jean-Pierre Marielle e Bruno Cremer.
Parallelamente agli studi all’Accademia d’arte drammatica, inizia a frequentare i palcoscenici e i set cinematografici.

Con Alain Delon è stato il volto del cinema francese degli anni Sessanta e Settanta. Proprio nel 1970 Jacques Deray li fa recitare assieme per la prima volta, in Borsalino.
Il volto di Delon era quello raffinato e dolente, Belmondo invece la faccia da schiaffi, la simpatica canaglia, il duro col naso da pugile e le labbra da baciare.

A lanciare la sua carriera, e cambiare per sempre la storia del cinema, Fino all’ultimo respiro, opera prima di Jean-Luc Godard, anno 1960: film e personaggio indimenticabili, a Belmondo rimarranno sempre addosso l’aria disincantata, e la voglia di giocare con pubblico. Con Godard, che lo aveva già voluto in un precedente cortometraggio, Belmondo lavora anche in La donna è donna e Il bandito delle 11, e sono altri due ruoli rimasti nella storia del cinema. Soprattutto il secondo.

Godard, certo. Ma anche De Sica, Bolognini, Chabrol, Sautet. E ancora Malle, Lelouch, Varda. Perfino Truffaut, che lo vuole, assieme alla Deneuve, in La mia droga si chiama Julie.
Bébel, così lo chiamavano, aveva però una grande vocazione popolare, molto più di Delon. E quindi gli andava bene il cinema d’autore, certo, ma solo se alternato, e via via sostituito, da quello di genere e commerciale.

Due i registi che, più di tutti gli altri, lo hanno assistito in questo percorso: il primo è l’immenso Jean-Pierre Melville, signore indiscusso del polar. Con lui Belmondo gira Léon Morin, prete, Lo sciacallo e soprattutto il capolavoro Lo spione.
L’altro, quello che ancora di più ha spinto all’estremo la tendenza gigiona e commerciale di Belmondo, è Philippe de Broca, che lo dirige in L’uomo di Rio, L’uomo di Hong Kong, Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo, L’incorreggibile. Tutti straordinari successi di pubblico.

Il sodalizio con de Broca arriverà fino al 2000, quando Bebel gira il suo penultimo film, Amazone. Era già completamente bianco, Belmondo, ma il suo sorriso sbruffone era ancora lo stesso.
Lo stesso che sfoggiò quando, nonostante l’ischemia del 2001, andò a ritirare i premi alla carriera dei due festival più importanti del mondo: a Cannes nel 2011, e a Venezia nel 2016, dove arrivò accompagnato da Sophie Marceau.
E a Venezia, oggi, Jean-Paul Belmondo manca più che mai.

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