CICLISMO: PARIGI

Dylan van Baarle, olandese, 30 anni il mese prossimo. Tipico corridore da classiche del Nord, di quelli poco appariscenti, che il cartellino lo timbrano spesso ma che altrettanto spesso trovano un campione capace di fregarli per questo e quel dettaglio. Al mondiale dello scorso anno (fu argento) si era arreso a Julian Alaphilippe. E un paio di settimane fa, al Giro delle Fiandre, era rientrato – con profitto – in extremis sui due litiganti van der Poel e Pogacar, ma anche lì oltre il secondo posto non era andato. Non stavolta: alla parigi-Roubaix Van Baarle si dimostra il più forte e vive la giornata più bella della sua carriera. “Non ci potevo credere, quando sono entrato solo nel Velodrome è stata una sensazione bellissima. Una giornata pazzesca dall’inizio alla fine”.

Van Baarle coglie il momento giusto partendo ad una ventina di km dall’arrivo, anche se a pensarci bene il momento giusto per lui è praticamente iniziato dal primo dei 257 km di corsa, 55 dei quali sul pavé (ben 30 settori). La squadra di van Baarle, il Team Ineos, fa infatti esplodere la situazione quando il pavé è ancora lontano. Van Baarle c’è, con lui Filippo Ganna ed in generale una squadra che segna le strade francesi con quel Dna dominante che spesso ne ha caratterizzato le gestioni del Tour (ricordare Wiggins, Froome, Bernal). “Ma l’attacco iniziale non era pianificato -rivela van Baarle -. Volevamo stare davanti e fare una corsa aggressiva”. Tornando a Ganna, probabilmente un giorno si giocherà la vittoria nella Parigi-Roubaix. Per un po’ di tempo il piemontese illude anche che quel giorno sia già oggi: sta davanti, fora due volte, rientra con una prepotenza apparsa persino eccessiva. Un dispendio di energie che ad una sessantina di km dall’arrivo finirà per presentare il conto.  “Mi piacerebbe avere la targhetta col mio nome delle docce, continuerò a tornare qui fino a quando ci riuscirò”, spiega.

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