GIUSEPPI UN CONTE IN DECADENZA

Giuseppe Conte è saldissimo e perciò debolissimo. Praticamente inamovibile, dunque perennemente in bilico. Sicuro di restare in sella perché, a causa del Covid, nessuno potrà ragionevolmente cacciarlo da Palazzo Chigi; ma è condannato a restarvi con le mani legate, prigioniero del ruolo che tanto gli piace, ostaggio della sua visibilità, vittima del proprio successo, onnipotente e impotente, disarmante e disarmato.

Per colpa della seconda ondata è impossibile sbarazzarsi di lui. Chiunque provocasse una crisi di governo, con 300 morti al giorno e l’Italia allo sbando, come minimo verrebbe sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio. Proviamo a immaginare il tragico e il grottesco di consultazioni con la mascherina, delegazioni al Colle con distanziamento politico e sociale, colloqui presidenziali sotto l’incubo del virus. Pensiamo a come reagirebbe il paese se il nuovo Governo dovesse tardare e, invece di mettere al posto di Conte una personalità tipo Draghi, la crisi si avvitasse su se stessa come sovente accade nelle situazioni confuse, gestite per giunta da demagoghi inesperti, da leader improbabili, stavolta con l’aggravante che non esistono scorciatoie elettorali. Sarebbe impossibile perfino tornare a votare perché manca la legge, vanno prima adattati i collegi: la riforma che taglia gli onorevoli e su cui c’è stato il referendum confermativo entrerà in vigore il 6 novembre prossimo; dopodiché ci vorranno due mesi per completare le procedure varie, commissioni di esperti, pareri del Parlamento. Soltanto dopo la Befana il presidente potrebbe sciogliere le Camere lasciandoci chissà per quanto senza governo, senza soldi, senza speranza. 

Finché dura l’emergenza Conte è intoccabile. Illudersi che Mattarella brighi per rimpiazzarlo sarebbe tempo perso: il virus lo mette al sicuro. Piaccia o meno, ce lo terremo fino al vaccino. L’altra faccia della medaglia è che Renzi, Zingaretti, Di Maio non possono sfidare il premier, manca loro la forza, però nemmeno lui può alzare la voce, dare ordini, comandare. Tantomeno governare. Conte dovrà accontentarsi di sopravvivere nel caos, perché governare richiederebbe altri mezzi, altri collaboratrici e collaboratori mentre lui deve tenersi tutti, compresi i ministri palesemente incapaci. Un rimpasto in questo momento sarebbe azzardato; togliere un solo mattoncino rischierebbe di far crollare l’intero edificio, meglio lasciar perdere. Col risultato che, quando Azzolina punta i piedi, il premier può soltanto mediare, supplicare, chiederle “per favore”; oppure temporeggiare sul Mes, rinviare sui lockdown, procedere un passettino alla volta e sempre in ritardo sulla curva dei contagi, dpcm dopo dpcm, perfino tre a settimana. Idem se un capogruppo della maggioranza si alza e gliele canta pubblicamente, come ha fatto il presidente dei senatori Dem, Andrea Marcucci. In altre stagioni della Repubblica non sarebbe finita lì: qualunque premier dotato di amor proprio avrebbe preteso chiarezza e, senza ottenerla fino in fondo, si sarebbe dimesso per calcolo o semplicemente per dignità.

Di cedere il posto Conte non ha la minima intenzione. Potrebbe lasciarlo soltanto se gliene offrissero uno migliore, per cui nell’attesa gli basta che Zingaretti lo rassicuri, si accontenta che Marcucci smentisca a metà, fingendo di non sentire quando Italia Viva lo contesta su tutta la linea e perfino nei Cinquestelle si manifesta la fronda. Lo spettacolo è miserevole ma purtroppo durevole, l’equilibrio stabilmente instabile, il logorio inevitabile, i consensi del premier destinati a calare come peraltro già sta avvenendo. Ed è forse per questo che, quando Conte ha finalmente teso la mano alle opposizioni, Meloni e Salvini gli hanno risposto che è troppo tardi per condividere le decisioni più impopolari: doveva pensarci prima, quando il vento gli gonfiava le vele, non adesso che si barcamena nella palude.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: