Il Mostro di Firenze, tra verità e finzione: Netflix riapre la ferita che l’Italia non ha mai curato.
di Simona Monaco
Un caso irrisolto, una serie ambiziosa e la sensazione che, dopo 51 anni, il mostro non sia mai stato davvero catturato.
“Il Mostro” su Netflix è un’opera che vale la pena vedere — ma con riserva. È ben fatta, ambiziosa, e ha il merito di riportare alla luce una ferita della storia italiana che non ha mai smesso di pulsare. Tuttavia, chi cerca una struttura narrativa pulita, una risoluzione netta o un protagonista a cui affidarsi, resterà deluso.
Cinicamente parlando, è come comprare un elegante cofanetto di storie vere, convinti di trovare la verità definitiva, e invece ritrovarsi fra le mani un libro pieno di punti interrogativi, note a piè di pagina e fascicoli impolverati.
La serie lo suggerisce fin dall’inizio: qui non scoprirete tutto. E forse è giusto così. Perché il vero mostro non è solo l’assassino, ma l’incapacità — storica, sociale e istituzionale — di afferrarlo.
Guardatela come un’indagine che ci lascia più domande che risposte. E se quella sottile inquietudine vi accompagna dopo i titoli di coda, sappiate che è parte del gioco.
Tra cronaca e labirinto giudiziario:
A oltre cinquant’anni dal primo delitto, mi sono immersa nei documenti, nelle trasposizioni, negli interrogatori. Una faticaccia, diciamolo: una rottura di palle fuori misura.
Eppure, ciò che emerge da quel materiale non è solo confusione, ma un paradosso collettivo: tutti hanno indagato, pochi hanno capito, nessuno ha risolto.
La mia analisi parte da un dato: i fatti sul Mostro di Firenze sono, per natura, inconcludenti e contraddittori.
Tuttavia, provando ad applicare un minimo di razionalità, ecco le considerazioni più solide:
La firma balistica è unica. L’uso della stessa Beretta calibro .22 per tutti i delitti è il dato più certo. Implica che l’arma — e dunque la responsabilità — fosse nelle mani di una singola persona o di un ristretto gruppo. Per diciassette anni.
Il profilo del killer è singolare. Un assassino che mutila i corpi per prelevarne i genitali è rarissimo in Italia. La regolarità e la progressione nella brutalità indicano una mente deviata e metodica, non certo un contadino in preda a un raptus, come si è voluto far credere nel caso Pacciani.
Il controsenso giudiziario. La condanna dei “Compagni di merende” appare, col senno di poi, come una soluzione di compromesso. Persone facilmente manipolabili, forse utilizzate da qualcuno di più in alto per coprire un movente oscuro: feticismo, collezionismo, o ritualità.
Una conclusione che non consola:
Se dovessi scommettere su una ricostruzione coerente, direi che il Mostro di Firenze fu un serial killer solitario, con competenze specifiche — forse mediche — mai catturato.
Oppure un gruppo di alto livello, protetto e impunito, che usò manovalanza di basso profilo come capro espiatorio.
Sedici persone assassinate.
Nessun colpevole certo.
Solo indizi, depistaggi, false testimonianze, mitomani, visionari e corrotti.
E in tutto questo, nessuno — mai — che vendesse proiettili calibro 22.
Netflix ci ricorda che le ferite del passato non si chiudono col tempo, ma con la verità.
E quando la verità non arriva, resta solo il silenzio.
Un silenzio che, in Toscana, fa ancora troppo rumore.
