J-Ax contro tutti

“Tutti” nel senso di detrattori, no-vax, fighetti e… Rolling Stone. «Oggi faccio i talent per le casalinghe, ma quando rappo rompo ancora il culo».

Incontriamo J-Ax nel suo studio di registrazione, per ascoltare in anteprima gli 11 brani che compongono SurreAle («Inizialmente doveva essere un repack del mio album precedente, ReAle, ma ora da fan dei videogiochi preferisco definirla una expanded edition», ride lui). Il disco rispecchia in pieno ciò che J-Ax è sempre stato, con buona pace dei suoi detrattori: un ottimo rapper, un grande intrattenitore, un provocatore intelligente e sagace, e soprattutto una persona in grado di parlare alla pancia del pubblico generalista e contemporaneamente di strappare un sorriso ammirato anche all’élite artistica e culturale, anche se forse in pochi lo ammettono.

SurreAle, che contiene anche il disco punk-pop Uncool and Proud uscito nel 2020 solo su Soundcloud a nome J-Axonville, è un lavoro figlio dei nostri tempi, che parla delle contraddizioni e delle glorie del nostro Paese (Tifo l’Italia), di come non ne usciremo migliori (Stronzy), della frustrazione che ci coglie ogni volta che pensiamo al futuro o guardiamo al presente (Sansone), ma le cui riflessioni sono abilmente travestite da canzonette pop e accessibili. Perfino quando è volutamente sboccato e trash, come in I film di Truffaut, riesce a scatenare l’ilarità generale («Un attimo di shock c’è, per chi non conosce il rap e i suoi codici. In conferenza stampa c’era gente che lo prendeva alla lettera e non coglieva l’ironia, e magari pensava che fosse un dissing a Caparezza, che ha un immaginario molto cinematografico», ride lui).

Nonostante sia nato in seguito alla sua esperienza con il Covid, che come racconta in Voglio la mamma ha contagiato lui e la moglie in una forma non grave ma molto pesante, paradossalmente è un disco a suo modo solare e allegro.

Come mai?
Forse era proprio questo che mancava in ReAle, che tra l’altro è stato certificato platino proprio il giorno in cui mi hanno diagnosticato il Covid (ride). Ho cercato di prendermi meno sul serio, e contemporaneamente di ricordarmi che far ridere è una cosa seria. È stata anche una reazione a tutto quello che stava succedendo intorno a me: non volevo che il lockdown e la pandemia mi rendessero un cantautore melanconico. Ho cercato di non darla vinta alla malattia, che ho vissuto malissimo, e probabilmente l’allegria è data anche dalla felicità di essere guarito. Tornando indietro preferirei risparmiarmela, ma sono contento di essere riuscito ad affrontare una battaglia del genere senza perdere la testa, mi ha regalato un po’ di autostima in più. È stata durissima, però: di tutta la famiglia ero l’unico rimasto in piedi, e dovevo prendermi cura di mio figlio piccolo, cercare di restare allegro per non spaventarlo, il tutto mentre mi sentivo morire e pregavo Dio di non farmi crepare l’indomani lasciandolo solo. È il genere di situazioni in cui ti rendi conto che essere famoso non conta davvero un cazzo. Girano tante stronzate complottiste secondo cui i ricchi e i vip riceverebbero cure speciali e più efficaci, e ovviamente non è vero: mi sono curato con gli antibiotici e il cortisone come tutti gli altri.

Tra la gente il Covid è un tema ancora piuttosto controverso: come hanno reagito i tuoi fan alle tue sacrosante prese di posizione pro-vaccini e misure di contenimento?
Su Instagram bene, per strada bene, su Facebook a volte male. All’algoritmo dei social non interessa come la pensi, vuole solo che tu passi più tempo possibile sulla sua pagina, perciò continua ad alimentare la tua curiosità dandoti in pasto argomenti con cui sei già d’accordo, che tu sia pro-vax o no-vax. C’è stato qualcuno – una piccola minoranza – che mi ha scritto roba tipo «Io ti seguivo perché eri contro il sistema, ora invece ti sei venduto ai poteri forti». Ma qui si sta confondendo un’emergenza sanitaria con una dittatura. L’OMS può essere fallibile, però è ovvio che possiamo affidarci solo a loro in questo momento, esattamente come quando prendi un aereo e ti affidi al pilota. Quelli senza green pass che si paragonano agli ebrei sotto il regime nazista mi mandano fuori di testa. Magari è gente che fino a ieri si è pippata il mondo, comprese le particelle fecali del mulo che ha portato la droga fin qui, ma non vuole immettere “sostanze estranee” nel suo corpo.

Tornando alla musica, si può dire che gli Articolo 31 siano stati quelli che hanno davvero portato la musica rap e la cultura hip hop nel mercato italiano…
Quello che abbiamo fatto noi è stato semplicemente sdoganarle nell’ambiente dell’entertainment, dimostrare che c’era un mercato e un pubblico per quel genere anche da noi. Il rap, nelle orecchie della mia generazione, c’era già fin dagli anni ’80, da quando Jovanotti lavorava a Radio Deejay e passava in onda i Run-D.M.C. e tanti altri gruppi americani. In più, c’erano già tantissimi altri rapper italiani, cui fondamenta abbiamo poi costruito. Magari gente che frequentava ambienti diversi dai nostri, come i centri sociali, dove sono nate le prime posse. Se devo dare credito a qualcuno di essere un pioniere, per esempio, lo do a Speaker Dee Mo: certi miei pezzi ormai non me li ricordo più, ma la sua Sfida il buio (del 1992, nda) la so a memoria ancora oggi.

In cosa siete stati pionieri, quindi?
Forse nel trovare la formula giusta, ricalcando quella degli americani, che campionavano i dischi dei loro genitori: James Brown, gli Chic… Il cavallo di Troia geniale è stato quello. Una volta io e Jad stavamo ascoltando gli N.W.A e dissi: «Se loro prendono un sample di Funky Drummer e parlano di sesso, Uzi e ghetto, noi possiamo campionare Gianni Morandi e parlare della vita nel quartiere, di birra e di seghe». E così è nato un pezzo come Tocca qui: la storia semiseria di un ragazzo di zona che va in birreria, becca una e alla fine non finisce neanche con una scopata, ma con una pippa (ride). Non dico che abbiamo fatto solo pezzi belli, sia chiaro, spesso abbiamo cannato completamente. Ma negli anni ’90 era tutto da inventare e siamo riusciti a sfondare le porte del mainstream.

Le cose di cui vai più fiero e quelle di cui ti penti?
Se parliamo di canzoni non ho mezze misure, essendo molto impulsivo. In generale, però, credo che la cosa che mi è riuscita peggio in assoluto è stata fare il protagonista, come nel film Senza filtro, che negli anni è diventato un b-movie di culto ma fa cagare, o il programma tv Sorci verdi. Sulla musica, invece, vado particolarmente fiero di pezzi come Intro e Tutto tua madre. E nel periodo Articolo 31, sicuramente Così com’è è l’album perfetto: era un momento in cui eravamo felici e sereni, e avevamo avuto tanto budget e tanto tempo per lavorarci. Da quel successo, però, è iniziato un grande hating nei nostri confronti, e ci siamo un po’ incupiti. Per non parlare del fatto che io in quel periodo ho iniziato a darci dentro con le stronzate, rispecchiando in toto il cliché del cantante famoso e insicuro. Un clima che si avverte molto nei due dischi successivi, Nessuno e Xché sì. Per tornare a un disco di cui vado veramente fiero bisogna arrivare a Italiano medio, che per certi versi preferisco a Domani smetto.

Sia Italiano medio che Domani smetto sono gli album che sancirono il tuo temporaneo addio al rap a favore del pop-rock…
Mi disinnamorai della scena rap, e quel disinnamoramento si trasformò in un enorme vaffanculo. Va bene, non mi volete perché sono troppo commerciale? Vediamo adesso dove andate senza di me. E paradossalmente fu meglio così, perché Domani smetto fu il primo album degli Articolo 31 ad arrivare alla n° 1 in classifica. Più o meno negli stessi anni c’è stato un momento di buio, per l’hip hop italiano, che è durato fino all’arrivo dei Club Dogo e Fabri Fibra. Ed è stata una rinascita anche per me: ero stupito quando sentivo gente come Jake La Furia o Marracash dire senza timore che da giovani si ascoltavano i miei dischi, non ci ero abituato, i duri e puri prima se ne vergognavano. È stata anche colpa loro se mi sono riavvicinato al rap: mi hanno fatto tornare la voglia di farlo, e di fottermene del parere degli altri.

Come risponderesti a chi ti rimprovera di essere tornato al rap con un pizzico di opportunismo, quando è tornato di moda?
La verità è che non ho mai smesso di amare il rap: anche nei miei dischi meno hip hop c’erano dei pezzi in cui rappavo. Era l’ambiente intorno che non mi piaceva più. È vero, oggi sono un cantante pop e vado a fare i talent show su Canale 5, viva le casalinghe. Ma quando rappo, sono ancora capace di rompere il culo a tutti. Un po’ come Prezioso: fa dance commerciale, ma quando scratcha è un mostro, e tutti i dj hip hop sono i primi ad ammetterlo.

A proposito di “viva le casalinghe”, in SurreAle ci sono parecchie frecciatine lanciate a un certo tipo di intellettuali fighetti che ti hanno sempre snobbato, considerando la tua musica non abbastanza alta per competere con quella di altri…
Come sempre, è una questione di quanto successo hai. Oggi, ad esempio, quelli che cinque anni fa salutavano la trap come rivoluzionaria la infamano. Alcuni hanno un atteggiamento tale per cui, se qualcosa piace alle masse, deve per forza fare cagare. Ma come dico ne I film di Truffaut, se ti piace il cinema non è che devi necessariamente schifare i film della Marvel. Tutta la saga di Iron Man è un cazzo di capolavoro, alla fine di End Game ho pianto per un quarto d’ora (ride). Il pubblico, anche quando non è preparato, a livello inconscio riconosce il valore di certi prodotti, ma se vuoi essere cool devi dire che è merda. È un atteggiamento un po’ da ragazzini, e spesso i primi ad averlo sono proprio i giornalisti.

Il tuo rapporto con la stampa musicale italiana è stato abbastanza tormentato, negli anni. In primis con la nostra testata, tant’è che questa è la prima intervista che ci rilasci: ne I film di Truffaut dici, cito testuali parole, “Io non leccherò mai il culo a Rolling Stone / e a quella spocchia preferisco il reggaeton”…
Oggi la stampa musicale conta molto di meno, ma c’è stata un’epoca pre-Internet in cui la radio decretava il successo o il fallimento di un disco, e se i programmatore musicali dei network importanti si fossero basati sulle recensioni, sarebbe stato un delirio. Le riviste musicali vendevano già poco, quindi non avevano il potere di influenzare il pubblico, ma sicuramente avevano il potere di influenzare gli addetti ai lavori, che invece le leggevano eccome. Tempo fa c’è stato uno scambio di tweet tra Paolo Madeddu e Marracash: Madeddu criticava il fatto che la classifica fosse dominata dal rap a causa degli streaming, e Marra gli ha fatto giustamente notare che per anni i rapper sono stati penalizzatissimi dalle classifiche, perché essendo in gran parte fuori dai circuiti mainstream non c’era un vero modo per misurare la loro popolarità. Anch’io, rispetto agli artisti giovani, faccio molta più fatica ad accumulare streaming, ma sicuramente oggi è tutto molto più democratico. Forse l’unico difetto del sistema di rilevazione degli ascolti è che è troppo sbilanciato su un certo target d’età: se hai 15 anni hai molto più tempo per la musica rispetto a un adulto, e di conseguenza avrai anche più tempo per sentire in repeat il brano del tuo idolo, durante la settimana.

Come la vedi, questa nuova generazione di rapper e fan del rap giovanissimi?
Fino a pochi anni fa, in Italia c’era posto per un rapper solo: o c’era Jovanotti o c’erano gli Articolo 31, o c’erano gli Articolo 31 o c’erano i Sottotono, e via dicendo. Tant’è che la gente pensava che fossimo rivali, quando invece siamo sempre stati amici. Quindi, ben venga che la scena rap si sia presa tutto, e ci sia spazio per tutti. È la musica più contemporanea, che parla il linguaggio della gente.

Certo, però è diventato un linguaggio completamente diverso da quello che parlavi (e parli tuttora) nei tuoi pezzi…
La radice è sempre la stessa: tutti quelli che valgono davvero, se vogliono, sono capaci di fare le rime per come le intendevamo noi. Prendi Sfera Ebbasta, che è bravissimo a rappare quando ci si mette, o Salmo, che non fa trap ma è fortissimo sia tecnicamente che in classifica, o Blanco e Madame, che sono super futuristici e virtuosi ma richiamano comunque un certo tipo di forma. Mediamente le nuove generazioni dell’hip hop mi piacciono molto: di solito quelli che mi stanno sul cazzo fanno altri generi musicali (ride).

In tema di giovanissimi, uno dei pezzi più riusciti di Reale era quello con l’allora 22enne Chadia Rodriguez, Pericoloso, che parla di stereotipi e rapporti tra uomo e donna…
Quel brano mi ha catapultato in un buco nero incredibile. Ho una relazione stabile da vent’anni, quindi non so più niente delle dinamiche moderne uomo/donna: per informarmi e scrivere le mie strofe ho cominciato a sbirciare nei forum degli incel (abbreviazione di involontary celibate, ovvero celibe involontario, nda) e ho scoperto un mondo che mi fa paura. La questione femminismo e maschilismo si sta radicalizzando al punto che esistono uomini convinti di non contare niente perché sono brutti, senza soldi e senza uno status importante, e odiano le donne perché li privano del loro “diritto a fare sesso”. Tra l’altro, dopo un po’ che ci sei dentro, cominci a capire che non hanno ragione, ma che nel loro modo contorto e perverso hanno le loro ragioni. E questo fa ancora più spavento. È un mindfuck incredibile.

Domanda scontata ma obbligata: non posso non chiederti di Fedez. Hai qualcosa da aggiungere rispetto a quello che già sappiamo?
Sul rapporto tra di noi, no. Ci tengo a dire, però, che sulla storia del concerto ad Olbia sono d’accordo con lui. Salmo è un grande, lo rispetto tantissimo come musicista e capisco la sua rabbia e le sue ragioni. È ovvio che, per tutti noi che suoniamo per vivere, vedere che altri settori fanno quel cazzo che vogliono, mentre noi dobbiamo rispettare regole molto restrittive, ci fa sentire un po’ dei coglioni. Però credo che prendere decisioni importanti quando sei arrabbiato non sia mai una buona idea. Infrangere questo tipo di regole non fa di te un artista: infrangere le regole dell’arte sì, sovvertirne i canoni anche, dire cose che stanno sul cazzo ai benpensanti pure. Il resto no. Indipendentemente dai miei trascorsi con Fedez, su questo ci troviamo concordi, come su altre cose. Ad esempio la sua iniziativa, Scena Unita, a cui ho aderito anch’io, proprio perché per me contano le azioni e non le persone.

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