Lazza: «Diranno che mi sono venduto al pop» 

Il rapper-pianista racconta il nuovo album ‘Sirio’, ispirato alla colonna sonora di ‘Scarface’. Non è il nuovo ‘Re Mida’: «Tanto il pubblico italiano non è mai felice: se fai A vuole B, se fai B vuole A»

Parecchi musicisti dichiarano di essersi sentiti spiritualmente arricchiti e ispirati dallo stop forzato derivante dalla pandemia. Frasi come «Ho imparato a rivalutare le mie priorità» oppure «Mi sono goduto il tempo con i miei cari» sono all’ordine del giorno nelle interviste, e sicuramente per molti sono vere: ci vuole coraggio, però, per distaccarsi da questo coro di buoni sentimenti e ammettere quello che molti pensano, ovvero che mesi di lockdown e due anni senza palchi non sono proprio equiparabili a una vacanza-benessere in un ritiro yoga. Tra questi c’è Lazza, che nonostante l’aura da superuomo invulnerabile e inscalfibile che spesso sfoggiano i rapper, ammette con grande onestà che dal 2020 in poi si è trovato in difficoltà, umanamente parlando. La cosa che lo rende più felice, quasi più del fatto che ha appena pubblicato un nuovo album, è poter ricominciare a suonare: «Abbiamo intenzione di fare i buchi per terra, non ce ne sarà per nessuno», esclama entusiasta.

Ma non siamo qui per parlare di musica dal vivo: il tema del giorno, appunto, è Sirio, il suo ultimo lavoro in studio, che mostra una notevole crescita evolutiva, sia nella forma che nei contenuti (e già partiva essendo uno dei rapper più interessanti degli ultimi anni: come molti sanno, ad esempio, è anche un eccellente produttore e vanta una formazione da pianista classico acquisita al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano). La scelta del titolo «è stata un’illuminazione», racconta. «Sirio è la stella più luminosa. Fa un po’ quello che vorrebbe fare ogni rapper: brillare più di tutti gli altri rapper. Anche con le luci della città, Sirio è uno dei pochi astri che resta visibile, splendendo in solitudine. E in quest’ultimo periodo io mi sono sentito molto solo. Non a caso, è un album molto malinconico».

In effetti la malinconia è un po’ il filo conduttore di Sirio: anche nei pezzi apparentemente più spensierati, come Cinema, con le sue batterie reggaeton e gli accordi in minore, si percepisce tanta tristezza.
È il primo pezzo che abbiamo registrato, ha due anni e mezzo ormai. Io non penso tanto, quando devo scrivere: non sono un gran calcolatore. Non era programmato che il disco uscisse così, è semplicemente successo.

E ti sei dato una risposta, sul perché sia successo?
Perché mi mancava il mio lavoro. Tanti riducono tutto al fattore economico, ma sia chiaro, non mi mancavano i soldi: a farmi stare male era l’assenza del contatto con il pubblico, dei concerti e di tutto il resto. In più, negli ultimi due anni ho avuto anche qualche problema personale. Me ne sono andato di casa, finalmente; dico finalmente non perché avessi problemi, ma perché sai, cantare di certe cose, con un certo immaginario e un certo look, e vivere ancora con la mamma non è proprio il massimo. Ti abbassa notevolmente la credibilità.

O forse te la alza. Dipende dai punti di vista.
Beh, io in effetti davo una bella mano ai miei, non lo nego. Diciamo che però la situazione è stata un po’ pesante: la mia è la classica famiglia in cui ti dicono «Non vedo l’ora che tu ti levi dai coglioni», però poi quando lo fai… Come si dice sempre, crescendo i ruoli si invertono, e ti trovi tu a fare il genitore dei tuoi genitori. E nonostante non sia successo niente di grave, forse me la sono vissuta un po’ male.

Il rap che in questo momento va di moda in Italia presenta l’epica del vincente a tutti i costi: ti sei chiesto che effetto avrà un album così sull’ascoltatore medio?
Emis Killa una volta mi disse questa grande verità: «Alla gente interessa soprattutto sapere i cazzi tuoi». Se metti sul piatto la tua esperienza, positiva o negativa che sia, vinci sempre. La mia vita non è poi così diversa da quella di tutti gli altri, sono semplicemente più bravo a scriverne, e chiunque potrebbe rivedersi in ciò che dico. Mi sono reso conto che, nonostante io sia apprezzato per le rime, gli incastri e tutto il resto, chi mi ascolta si identifica di più in pezzi incazzati e introspettivi come Morto mai, che dopo tre anni dall’uscita fa ancora oggi decine di migliaia di ascolti.

Hai detto spesso, nelle interviste precedenti, che senti parecchio la pressione di dover alzare l’asticella a ogni disco. È ancora così?
Ho sempre più fame ed è una cosa assurda. Certo, la pressione la sento. Sono una persona molto esigente con se stessa e non sono mai contento. Però non m’interessa più di tanto del giudizio degli altri, perché ho sempre fatto musica per me in primis: probabilmente ho cominciato perché mi veniva più facile comunicare nei testi ciò che non riuscivo a esprimere parlando. Ma sicuramente un po’ di tensione c’è sempre. Soprattutto perché il pubblico italiano non è mai felice: se fai A vuole B, se fai B vuole A.

E tu sei uno che legge molto i commenti dei fan sui social?
Li leggo, ma cerco di tenerli in considerazione fino a un certo punto. Faccio quello che mi va. La cosa che mi interessa di più è che la mia musica continui a piacermi nel tempo. In Sirio ci sono pezzi che hanno due anni, e li sento freschi ancora oggi. A livello di realizzazione, è stato il disco più laborioso della mia vita: ci sono un casino di persone coinvolte, e tracce che abbiamo chiuso in sei o sette sessioni. Se avessi fatto un disco tale e quale a Re Mida, la gente si sarebbe lamentata del mio scarso rinnovamento; dopo avere ascoltato l’album, invece, probabilmente si lamenteranno del fatto che mi sono venduto al pop. E questo mi sta sul cazzo. A parte che quella roba oggi non va più (ha perso smalto, la fanno tutti), non lo avrei fatto comunque, un album come Re Mida: è quasi impossibile fare un sequel migliore dell’originale.

Non avrei usato l’aggettivo pop per definire quest’album, onestamente. O meglio, c’è del pop, ma di quello sofisticato, un po’ alla The Weeknd, in tracce come Panico o Molotov
Quando riascolto il disco, noto che è equilibrato: tante cose che di me si conoscono già, ma anche tanto da scoprire. Per quei due pezzi, in realtà, la mia reference era Push It to the Limit, dalla colonna sonora di Scarface. Adoravo quel sound, e per trovare il mix giusto c’è voluto tantissimo sforzo e tempo.

Tu sei anche musicista e produttore. Questo semplifica le cose, per chi sta in studio con te, o le complica?
Dipende. Ho la fortuna di lavorare con due persone super pazienti come Low Kidd e Drillionaire, ma il fatto di avere studiato musica in effetti fa di me un rapper un po’ atipico, perché quando entro in studio so già esattamente cosa voglio. E poi, ascolto un sacco di roba, oltre al rap, anche quello italiano: a differenza dei miei colleghi che spesso dicono di non calcolare la musica degli altri, io sento tutto. Spazio parecchio: Stromae, Anuel, Frank Sinatra, Ray Charles, la musica classica… Ogni mattina mi sveglio con la voglia di mettere in play qualcosa di diverso. Tutto tranne il metal, che è un genere che non ho mai capito. Ultimamente sono di nuovo in fissa con G-Unit, Dipset e Mobb Deep, infatti prossimamente mi sa che farò un altro mixtape, ho proprio voglia di rappare. Tra l’altro poco tempo fa Jim Jones dei Dipset mi ha scritto un messaggio, dal nulla, che diceva «Let’s work!», quindi avrei già pronto l’ospite perfetto.

A proposito di featuring, è abbastanza evidente con che criterio li hai scelti…
Dici? Non ne sono così sicuro, anche perché ormai le tracklist degli album di rap italiano si assomigliano tutte, ci sono sempre più o meno le stesse persone. Io ho cercato di ragionare in termini di novità: tra gli italiani ci ho messo Geolier, che per me è un fratello; Sfera Ebbasta,che dopo un anno in cui aveva preso una direzione un po’ più mainstream, fa un vero e proprio banger rap; Noyz Narcos, l’unica volta che avevamo partecipato allo stesso pezzo, Mattoni di Night Skinny, con noi c’erano altri otto rapper: è la prima volta che facciamo qualcosa io e lui. E poi ci sono gli stranieri.

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