SCINTILLE TRA MELONI E SALVINI

Le ambizioni di Giorgia Meloni (antagoniste, nello stesso campo, a quelle di Salvini) erano chiare da tempo ma dopo l’esplosione del centrodestra post-Quirinale sono diventate esplicite e dichiarate. «Mi candido a guidarlo il centrodestra? Sì, ma questo dipende dagli italiani». E poi: «Noi di Fdi siamo centrali: al governo o all’opposizione riusciamo a incidere. Il racconto della Meloni come la Le Pen è ridicolo: ci sono sistemi diversi. Da noi chi prende più voti tendenzialmente da le carte. Io punto a essere il primo partito e dare le carte».

La possibilità di «dare le carte», quindi guidare il centrodestra al posto della Lega e puntare, lei, alla premiership, dipenderà dai rapporti di forze. Ma la Meloni è convinta che in quest’ultimo anno di legislatura, dalla posizione privilegiata dell’opposizione, sparando anche sugli alleati perché «governano con il Pd», potrà incassare un buon dividendo elettorale e presentarsi alle elezioni come partito più forte del centrodestra. In questo senso si spiega la tensione con gli alleati, tenuta alta dalla Meloni. Ancora ieri, intervistata dal direttore della Stampa Massimo Giannini, la leader Fdi ha attaccato Salvini. La sua decisione su Mattarella «non è scegliere l’Italia ma scegliere il governo». Quanto ai possibili chiarimenti con Lega e Fi non sembra una priorità per nessuno, tantomeno per la Meloni: «Nessun incontro previsto, nei prossimi giorni, con Salvini e gli altri leader del centrodestra. Salvini non lo sento da prima del voto. A lui e a Berlusconi pongo un problema politico, mai più accordi sulla sabbia». Altre frecciate: «La destra va bene, Fratelli d’Italia molto bene. Il resto della coalizione attualmente ha enorme difficoltà, sul piano parlamentare ha dimostrato la sua inconsistenza». Salvini le risponde a tono, come succede da giorni, stavolta però senza nominarla: «C’è gente che pensa solo al proprio interesse personale e di partito. Se qualcuno vuole stare da solo e vincere, o più probabilmente perdere, è libero di farlo.»

Le tensioni si riverberano pesantemente anche a livello locale, nelle regioni dove il centrodestra governa. In Piemonte il gruppo di Fdi si astiene sulla conferma del leghista Stefano Allasia alla presidenza del Consiglio regionale del Piemonte. In Liguria i leghisti fanno ballare la giunta del governatore Toti (considerato un «traditore» per il caso Casellati), in Veneto i due partiti sono in guerra sulle candidature per le comunali di primavera (da Padova a Verona, dove proprio il sindaco Sboarina, considerato in quota Lega, l’anno scorso è passato con Fdi), in Emilia Romagna si parla di una campagna acquisti di Fdi ai danni della Lega. Ma il percorso è anche inverso. In Basilicata il capogruppo di Fdi in consiglio regionale Gianmichele Vizziello lascia la Meloni e passa al partito di Salvini. Una coalizione in guerra. Fratelli (coltelli) d’Italia.

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