SNOWPIERCER UNA FUTURA VITA SU DI UN TRENO

Vi era davvero bisogno di un adattamento per il piccolo schermo della graphic novel Le Transperceneige, già trasportata con successo in forma filmica da Bong Joon-ho nel 2013? Tagliamo subito la testa al toro dicendo che no, non era necessario.

Un’affermazione che potrà sembrare eccessivamente categorica, anche in virtù del fatto che ci limitiamo in questa sede all’analisi dei primi due episodi (sui dieci che vanno a comporre la prima stagione e con un’altra già annunciata), ma che si giustifica fin dai primi minuti dove pare di assistere ad una fiera del riciclo della pellicola, con uno spunto da poliziesco seriale che mal si interseca alle dinamiche sulla lotta di classe che nella loro forma primigenia, cioè su carta, e poi nel relativo live-action erano il cuore dominante dell’insieme.

La trama dello Snowpiercer televisivo è ambientata sette anni dopo la “fine del mondo per come lo conosciamo oggi”, con i sopravvissuti che hanno trovato salvezza a bordo del treno del titolo, un mezzo a moto perpetuo che gira costantemente intorno al pianeta e, come in ogni “società che si rispetti”, le gerarchie di potere hanno luogo anche tra le varie carrozze. Le classi più agiate infatti vivono nella parte anteriore del treno, dotate di ogni comfort e svago, mentre quelle meno abbienti sono costrette a cibarsi di avanzi e a far conti con condizioni di scarsa igiene nel fronte di dietro.

Una rivolta da parte di queste ultime è ovviamente inevitabile, ma lo status quo viene già parzialmente scosso quando Andre Layton, un ex poliziotto nonché tra i leader dei reietti, viene reclutato da Melanie Cavill, la “Voce del treno”, per indagare su un omicidio avvenuto – per cause ancora misteriose – tra le fila della high class. La mina vagante costituita dalla presenza di Layton porterà alla luce orribili verità mentre nel frattempo i suoi simili devono affrontare nuove ingiustizie.

Il film di Bong è più di una mera fonte ispiratrice e alcune scene vengono copiate pari-passo, pur senza possedere quella personalità scattante e istintiva che caratterizzava la regia del maestro coreano. Certo l’ambientazione claustrofobica è in parte limitante ma un po’ di varietà non avrebbe guastato, e quando si prova a innescare un’inedita miccia narrativa l’operazione rischia di snaturare il proprio significato di base. L’indagine del protagonista, proveniente dalle classi sociali più basse e alle prese con un mondo di segreti e bugie dove tutti mentono, forza anzi la disposizione scenografica di diverse location, rendendo il tutto eccessivamente fantasioso e poco verosimile.

Laddove il prototipo si fermava nell’accumulo, puntando invece su una carica volutamente metaforica anche, e soprattutto, nei suoi eccessi più ironici e grotteschi, Snowpiercer 2020 rischia di prendersi troppo sul serio e il colpo di scena che chiude la prima stagione è atto a smuovere con una rivelazione ad effetto, più gratuita che realmente omogenea con quanto visto in precedenza. Tecnicamente la messa in scena si difende benino, ma senza eccellere, e il vero punto di forza dell’operazione risiede nella carismatica performance di Jennifer Connelly, a proprio agio in un ruolo aperto a molteplici sfumature.

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