“Mio padre, il killer BTK” – La voce di una figlia nell’ombra del male

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Di Simona Monaco

In questo 2025 Netflix ha portato sullo schermo “Mio padre, il killer BTK” , un documentario intenso e sconvolgente che segue il percorso di Kerri Rawson, figlia del famigerato serial killer Dennis Rader, conosciuto con l’acronimo BTK — Bind, Torture, Kill: “lega, tortura, uccidi”.
Tra gli anni ’70 e ’90, Rader terrorizzò lo Stato del Kansas assassinando dieci persone, tra cui donne, uomini e persino un’intera famiglia. Le sue vittime venivano immobilizzate, torturate e strangolate, in un rituale di sadismo e controllo che egli stesso documentava con lettere e fotografie, inviandole alla polizia e ai giornali per alimentare la propria fama da mitomane.
Il documentario, però, non indulge nel macabro: segue piuttosto il cammino doloroso di Kerri, che cerca di comprendere come l’uomo che l’ha cresciuta con amore potesse essere lo stesso mostro che sconvolse una comunità. Con tenacia, la donna affronta l’ombra del padre e tenta di dare un senso a un’eredità impossibile.
Mio padre, il killer BTK è un racconto sul male, ma anche su ciò che resta dopo: la frattura, il bisogno di capire, la forza di continuare a vivere senza rinnegare la propria verità.
Un documentario che scuote, commuove e costringe a guardare il male non solo dove nasce, ma dove lascia i suoi frammenti. Consigliato a chi ama le storie vere raccontate con sensibilità e profondità, a chi cerca la cronaca nera non il brivido, ma il coraggio umano di sopravvivere alle sue ombre.

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